Nell’aprile del 2010, l’allora ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, l’aveva presentata come il nuovo servizio che avrebbe rivoluzionato la vita degli italiani (niente più code agli sportelli e faldoni di carta): grazie alla Pec, la posta elettronica certificata, i cittadini “potranno rivolgersi agli uffici della Pubblica amministrazione da casa con il proprio computer – aveva assicurato Brunetta – avendo poi diritto da parte della Pa ad una risposta analoga, cioè con la stessa modalità e lo stesso valore legale”. Quello di una raccomandata con ricevuta di ritorno. E quindi con un vantaggio economico non indifferente, derivante appunto dal risparmio sulle spese di spedizione della raccomandata A/R. L’attivazione della Pec – o meglio Cec-Pac Comunicazione Elettronica Certificata tra la Pubblica Amministrazione e il Cittadino –, tramite il portale www.postacertificata.gov.it, è totalmente gratuita.

Si spendono invece poco più di cinque euro all’anno, se si sceglie di attivarla con un gestore privato (in questo caso, oltreché con la Pa, si potrà comunicare con qualsiasi indirizzo Pec privato). “Conto che entro l’anno (il 2010, ndr) il 100% di tutte le amministrazioni, con la quasi totalità dei servizi, utilizzeranno la Pec”, aveva assicurato Brunetta. E sempre entro il 2010, secondo l’ex ministro, sarebbero stati 10 milioni gli italiani che ne avrebbero richiesto l’attivazione. “Un grande risultato, per guardare al 2011 con grande ottimismo”.

Sta per finire il 2012 e di certificato, di quella che sicuramente era stata una buona intuizione, si riscontra soltanto il flop. Dal contatore del sito postacertificata.gov.it si apprende infatti che sono solo poco più di 1,3 milioni gli italiani che hanno fatto richiesta di una casella Pec. E soprattutto non sono tutti gli uffici di pubblica amministrazione che, pur essendo dotati, la utilizzano.

Qualche esempio? Il Comune di Roma, nella pagina del proprio sito internet, comunica ai cittadini residenti che la Pec “è una realtà in Campidoglio”. E che è possibile richiedere due tipi di certificati anagrafici online gratuiti (nascita e matrimonio), semplicemente scaricando e compilando l’apposito modulo, da inviare poi tramite Pec all’indirizzo anagraferoma@postacertificata.gov.it. “A quel punto – promette l’assessore ai Servizi Tecnologici Enrico Cavallari – il personale dell’Anagrafe inoltra digitalmente alla Pec del cittadino il certificato richiesto entro 24 ore”. La realtà però sembra essere un’altra: “E’ impossibile scrivere a quell’indirizzo perché, come conferma il messaggio che ci arriva in automatico, la casella è sempre piena – denuncia a ilfattoquotidiano.it Ivan Marinelli, portavoce dell’Aeci, l’Associazione europea consumatori indipendenti – abbiamo fatto diversi tentativi, ma le mail inviate dalla nostra Pec sono sempre tornate indietro”.

Situazione simile si verifica con la Regione Lazio, dove viene, sì, utilizzato il sistema, anche se “alcuni dirigenti hanno consigliato alla nostra associazione – prosegue Marinelli – di evitare l’utilizzo della posta certificata per comunicare con la Regione e di inviare tutto invece tramite posta ordinaria o, in caso di comunicazioni ufficiali, tramite raccomandata”. La storia si ripete anche altrove: in Sicilia, ad esempio, l’iscrizione ad uno dei corsi di formazione convenzionati con la Regione avviene soltanto tramite modulo cartaceo, consegnato brevi manu o per posta raccomandata. Ad usare la posta certificata con il contagocce sono anche alcune amministrazioni locali del nord.

Ma il paradosso sarebbe rappresentato dall’azienda capofila del raggruppamento temporaneo di impresa – costituito anche da Telecom Italia e Postecom – che si è aggiudicato il bando da 50 milioni di euro per l’erogazione servizio Cec-Pac dello Stato. Poste Italiane, cioè il gestore di “PostaCertificat@”, “non utilizza la posta certificata”, accusa il portavoce dell’Aeci. “Per inoltrare un reclamo a Poste Italiane, relativo ad esempio ai prodotti finanziari, un cliente (o noi come associazione dei consumatori) deve necessariamente ricorrere alla raccomandata A/R – spiega Marinelli – visto che Poste Italiane non pubblica sul sito il proprio indirizzo Pec. Proprio perché, come ci è stato più volte confermato dagli operatori dell’803160 (il call center di Poste Italiane, ndr), non lo utilizza affatto”.

 E in effetti alla voce “contatti” del sito internet di Poste Italiane della Pec non vi è traccia. Persino l’ufficio stampa di Poste Italiane, interpellato da ilfattoquotidiano.it, in un primo tempo ammette di non sapere quale sia (e addirittura se esiste) l’indirizzo Pec. “Dobbiamo chiedere alla società che gestisce il nostro sito”. Di certo “non dialoghiamo tramite Pec, ma – ricorda l’ufficio stampa – abbiamo tantissimi canali di accesso, per richiedere informazioni e segnalare reclami e disagi, più semplici e utilizzabili anche da chi la Pec non ce l’ha”. “Ovvio a questo punto pensare che Poste Italiane abbia tutto l’interesse ad ostacolare l’utilizzo di un sistema che semplifica la vita del cittadino e che contestualmente abbatte l’utilizzo delle raccomandate”, chiosa il portavoce dell’Aeci.

E’ vero, non c’è nessuna legge che imponga alle aziende l’utilizzo della Pec. D’altronde la legge numero 2 del 28 gennaio 2009 prevede soltanto l’obbligo di attivazione. E Poste Italiane la sua Pec ce l’ha: “Il nostro indirizzo è poste@pec.posteitaliane.it”, comunica dopo un po’ l’ufficio stampa di Poste Italiane a ilfattoquotidiano.it. Risulta però quasi una beffa che a “boicottare” quel mezzo, che oltre a ridurre le file agli sportelli potrebbe anche giovare alle tasche degli italiani, sia l’azienda che incasserà dallo Stato 50 milioni di euro proprio per gestire la Cec-Pac.