Fa tenerezza lo sgomento dei giornalisti sul libro paga di Arcore: l’uomo del destino si nega alle loro chiamate. E le informazioni arrivano da voci di voci. Ma sotto le non notizie distribuite dai fedelissimi della famiglia proprietaria, freme lo sdegno per “l’esultanza dei colonnelli all’annuncio del passo indietro del Cavaliere”. Immaginano di andare avanti da soli: pagheranno. Prove di fedeltà ben nascoste fra le polemiche del voto in Sicilia, mentre il benefattore pallido come una reliquia si arrampica per ritrovare “l’entusiasmo dei bei tempi”.

Recitano lo stesso entusiasmo che i cronisti della Stefani (agenzia stampa del fascismo trionfante e dell’agonia di Salò) riservavano ai discorsi crepuscolari di un Mussolini dagli occhi sgranati nei giorni dell’addio. “Ha aperto le finestre, si cambia aria, via quella stantia ormai puzzolente degli ultimi anni. Si è liberato del giogo dei cattivi consiglieri. Finalmente ha capito che lo stavano vendendo”. Non è l’eccitazione dei laudatori del duce; solo l’affetto delle penne berlusconiane in marcia verso la ridotta della Valtellina, baluardo vagheggiato dove nessuna camicia nera è riuscita a mettere piede. Adesso sono territori leghisti: la speranza continua e poi la Svizzera è proprio lì, buen retiro di chi ha messo da parte. Fedelissimi che restano fedeli alla memoria tradita dai cortigiani degli anni grassi, quei cantori del “primo capo del governo italiano rispettato dai grandi della terra”.

Caro Georges, caro Putin. Adesso, chissà dove sono nascosti mentre nell’ultima trincea l’ultima legione prova a difendere il signore in confusione: “B. padrone del futuro, deciderà ancora per tutti”. Per 20 anni ne hanno esaltato i disastri recitando la devozione che certi stipendi pretendono. A volte scaricati, a volte richiamati: soldi, sempre irresistibili soldi. Pragmatici nel distruggere chi osava dubitare. Il Boffo dell’Avvenire ne sa qualcosa. Lo sanno le vittime del così detto scandalo Telecom-Serbia: prime pagine con 3 mesi di insulti distribuiti da marionette nelle mani dei pupari. E nessuna spiegazione quando il grande accusatore finisce in galera. “Dovere di cronaca”. Una generazione è cresciuta con queste ombre sulle spalle, convinta che la cronaca sia il mosaico della storia, ma quale storia è possibile raccogliere da testimoni impigriti nelle comodità del potere? Il giornalismo dell’era berlusconiana ha macinato chi raccontava verità che smascheravano le P2 dell’editore in maschera. Se il carcere resta il medioevo di una società imperfetta, impossibile dimenticare le vite bruciate dalle truffe mediatiche, vittime che diventano medaglie orgogliosamente appese al petto degli irriducibili. I quali cominciano a dubitare. Un secolo fa anche i giornalisti in camicia nera si erano trovati nei pasticci nel tramonto della repubblica di Salò. Ermanno Amicucci, direttore del Corriere della Sera, aveva firmato nel ’38 il Manifesto della razza, ebrei da emarginare. Eppure, nel ’43, in fondo al corridoio di via Solferino, annacqua l’oltranzismo fascista: dialoga segretamente coi “socialisti moderati per garantirsi l’uscita indolore appena arrivano gli americani”.

E critica l’informazione del ventennio che la sua penna propinava: possibile che per 20 anni tutto sia andato sempre bene?”. Ma c’è sempre chi non molla. Pino Romualdi, segretario nazione del partito e direttore della Gazzetta di Parma, impugnava il manganello fino all’ultimo respiro. Sotto il titolo “Finalmente” conferma che gli ebrei dovevano essere perseguitati. Retromarcia inutili nel paese dalle ambiguità premiate. Direttori condannati a morte e che subito ricominciano a scrivere: passato dimenticato in fretta perché “moderazione” è la parola salvagente. I moderati del Cavaliere stanno immaginando di continuare a far politica dopo il Cavaliere: “moderati” vuol dire creature di gomma da allungare dove conviene. Anche i boia chi molla non devono preoccuparsi: qualsiasi uomo forte dalle uova d’oro avrà sempre bisogno di giornalisti così.

Il Fatto Quotidiano, 31 ottobre 2012