Frazionismo degno dei gruppuscoli extraparlamentari degli anni Settanta, votati a una pretesa purezza che genera solo minoritarismo? Personalismi istrionici di aspiranti capipopolo, confusi sia sul loro ruolo che sulla situazione concreta? Infantile desiderio di protagonismo? Di spiegazioni sul perché i sette fondatori di Fermare il Declino, fra i quali il sottoscritto, abbiano preferito non firmare il manifesto che, su impulso di Italia Futura, l’associazione ispirata da Luca Cordero di Montezemolo è stato pubblicato la settimana scorsa auspicando l’avvento di una Terza Repubblica, se ne sono lette di tutti i colori. Può darsi siano vere, o che siano false: lasciamo siano i fatti a deciderlo nei mesi che verranno. Per parte mia proverò solo a spiegare perché, con il senno di poi ma anche con quello di prima, ritengo che non apporre la mia firma all’appello in questione sia stata la scelta giusta.

Nel manifesto che ha portato alla creazione del movimento Fermare il Declino avevamo scritto poche cose, tutte molto esplicite. Fra di esse ve ne erano due fondamentali. La prima: questa classe politica, salvo poche eccezioni individuali, ha fallito e deve farsi da parte per essere sostituita da personale politico nuovo selezionato secondo criteri nuovi e trasparenti. Le elezioni siciliane sono lì a ricordarci questa urgenza nel modo più esplicito possibile: con quale legittimità si può governare (scordiamoci riformare) una Regione (o un Paese) quando si sa di rappresentare al massimo il 13 per cento dei cittadini? Il giorno in cui accadrà qualcosa di simile per il governo nazionale, dovremo accettare di essere governati da delle persone che non ci rappresentano?

Seconda cosa fondamentale: i problemi dell’Italia son tanti e così gravi che è assolutamente necessario evitare le guerre ideologiche e la retorica altisonante attraverso cui usualmente si svolgono, per concentrarsi sui problemi concreti e le cose da fare. Gli italiani hanno il bisogno e il diritto di sentirsi dire la verità sia sulle condizioni reali del Paese sia sulle misure necessarie per ricominciare a crescere e ad avere speranza. Non ho firmato il manifesto di Italia Futura perché non soddisfa queste condizioni fondamentali e perché i suoi promotori non hanno neanche segnalato di volerle soddisfare.

Per cercare di rendere palese il primo punto avevamo chiesto di inserire la seguente frase: “Chiediamo un passo indietro ai parlamentari in servizio da più di due legislature onde permettere quel salutare ricambio che da troppo manca. Chiediamo a chi si fa avanti d’impegnarsi a rispettare questa regola e di agire perché i leader degli schieramenti vengano selezionati attraverso meccanismi aperti e trasparenti come, per esempio, le elezioni primarie”. Potete constatare la sua assenza nel testo finale.

Soddisfare il secondo requisito, ossia abbandonare la retorica e impegnarsi a fare cose concrete, è meno facile quando si sta semplicemente redigendo un appello. Ma si può, in buona fede, tentare. Anche in questo caso la decisione di non inserire una serie di parole chiave è risultata sorprendente. Ecco dunque che la frase che suonava “Dobbiamo ridurre considerevolmente la spesa pubblica e concentrare le risorse sui compiti fondamentali dello Stato Sociale […]” ha perso le cinque parole in corsivo mentre, per rimanere sui fondamentali, la richiesta di ridurre il debito pubblico attraverso dismissioni di immobili e imprese pubbliche è sparita assieme alla seguente affermazione: “Occorre una profonda riforma del settore pubblico, e in particolare della giustizia, con l’introduzione di criteri meritocratici e, dove possibile, l’abbandono dei vecchi monopoli pubblici per passare a più dinamici modelli di concorrenza nel o per il mercato. Le dismissioni di società pubbliche sono, in questo senso, funzionali non solo ad aggredire il debito pubblico, ma anche a creare condizioni favorevoli alla competizione”.

Lascio al lettore giudicare se il testo che ne è risultato è più o meno adeguato alla bisogna. A mio avviso, chiaramente, non lo è.

Non si riforma il Paese e, soprattutto, non si soddisfa l’ansia di cambiamento che viene dalla popolazione senza avere il coraggio di dire ai cittadini ciò che si vuole davvero fare, prendendo con essi impegni chiari e verificabili. A questa regola intendo attenermi nel futuro come ho fatto in passato: i responsabili politici del declino devono farsi da parte e chi ha a cuore le sorti del paese deve avere il coraggio di dire cosa intende fare. Altrimenti ci si prende in giro e si prendono in giro gli elettori i quali poi, giustamente, s’incazzano. E il voto siciliano è lì a ricordarci cosa questo implichi.

Il Fatto Quotidiano, 31 Ottobre 2012