Passerà alla storia giudiziaria recedente come il “saccheggiatore” delle casse della Margherita e come componente di quel circolo di tesorieri e capigruppo – vedi i casi Belsito (Lega) e Fiorito (Pdl) – capaci di depredare fiumi di denaro per poi dirottarli su conti personali. Per il senatore ex Pd Luigi Lusi, 50 anniagli arresti domiciliari in un convento dallo scorso 18 settembre, si profila la richiesta di rinvio a giudizio e il processo. E’ stata, infatti, chiusa l’inchiesta da parte della Procura di Roma che che vede coinvolto Lusi, accusato di essersi appropriato di oltre 25 milioni di euro dalle casse del partito disciolto, e altre quattro persone tra le quali la moglie, Giovanna Petricone (per cui è caduta l’accusa di pecultao, ndr) e i commercialisti Mario Montecchia, Giovanni Sebastio e Diana Ferri. L’accusa per loro è quella di aver aiutato Lusi a mettere in piedi una serie di società utilizzate per il transito del denaro proveniente dalle casse del partito. I reati contestati sono di associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita (denaro investito, tra l’altro, nell’acquisto di immobili, tra cui una lussuosa villa in cui viveva a Genzano ed appartamenti a Capistrello nell’Aquilano), al riciclaggio, l’accusa di fraudolenta intestazione di valori è invece caduta. Lusi deve rispondere anche di calunnia per le accuse rivolte nei confronti di Francesco Rutelli. 

Il 20 giugno scorso il Senato aveva votato il sì all’arresto, a poco più di un mese di distanza dalla notifica dell’ordinanza di custodia cautelare firmata da giudice per le indagini preliminari di Roma. Nell’ordine di cattura il giudice Simonetta d’Alessandro aveva definito Lusi come il “capo di un clan”.  Secondo il giudice il senatore doveva essere arrestato non solo perché aveva rubato, mentito, ma anche perché aveva prodotto un effetto “devastante” sulla democrazia con il suo comportamento, avvantaggiato dalla moglie, dai collaboratori, dai commercialisti. “‘Lo spoglio è stato operato dal Lusi in un quadro associativo, e – argomentava il giudice nell’ordine di cattura – non poteva essere diversamente, attesa l’entità delle somme e l’intuibile necessarietà di complicità interne, anche tecniche. Quadro associativo che non si identifica nel partito, ma che ha operato in danno del partito”. Per il magistrato: “La manomissione del pluralismo dei partiti è, sul piano ontologico, l’anticamera della svolta totalitaria”. Insomma i partiti sono un baluardo della democrazia e non posso essere derubati, anche se i casi della Lega Nord e quello di Franco Fiorito hanno dimostrato che è quasi una abitudine. 

L’ex tesoriere si è sempre difeso sostenendo che la sua attività era figlia di un mandato fiduciario da parte del partito: investimenti fatti, a suo dire, per garantire al partito una futura liquidità. Il senatore aveva anche affermato davanti ai magistrati che il suo era un ruolo di garante del ‘patto’ chiuso tra le due anime che componevano la Margherita. Il lavoro dei pm ha portato, in questi mesi, a tracciare tutti gli 88 milioni di euro finiti nelle casse del partito tra il 2007 e 2011. Di questi oltre 25 sono stati sottratti da Lusi. Circa 60 milioni, in base a quanto accertato, invece, sarebbero stati utilizzati dal partito per attività politiche. La procura di Roma ha chiesto invece l’archiviazione delle posizioni di Francesco Giuseppe Petricone e Micol D’Andrea, rispettivamente cognato e nipote acquisita di Lusi. “Finalmente tutti sapranno come e quanto sono stato calunniato” ha poi commentato Francesco Rutelli. Polemica la riflessione di uno dei legali di Lusi: “‘Un’indagine capillare, condotta in tempi solleciti e perentoria nelle sue conclusioni: da una parte Luigi Lusi ed i suoi gravissimi reati, dall’altra i leader de La Margherita, privatamente onesti e vittime delle ruberie e delle calunnie del loro tesoriere” dice l’avvocato Titta Madia.