A volte avere ragione è talmente antipatico che si preferirebbe avere torto. Annoiato dal fatto di avere così spesso ragione, la settimana scorsa ce l’ho messa tutta per passare dalla parte del torto e ho parlato con sufficienza di “On the road“, il libro di culto di Jack Kerouac, in occasione dell’uscita del film omonimo. E’ stata una esperienza esaltante: praticamente, se avessi scherzato sulle mamme dei miei lettori ne sarei uscito meglio. A scatenare il livore dei più pare sia stata soprattutto la mia candida ammissione di non aver letto (tutto) il libro: come se Pierre Bayard e Oscar Wilde non avessero ampiamente dimostrato che chiunque è capace di leggere un libro e parlarne, ben più difficile è parlare dei libri che non si sono letti.

Comunque sia, ho cercato di rimediare trovando qualche giustificazione al “povero” Kerouac: non l’avessi mai fatto. Se sino ad allora avevano ironizzato sulla mia foto (che in effetti non rende giustizia alla mia apollinea bellezza), da allora in poi mi hanno dato del professore frustrato, invidioso delle fortune letterarie e degli exploit anfetaminici del vecchio Jack (vecchio si potrà dire, pare che sia addirittura morto). Insomma, ho passato giorni e giorni tormentato dai sensi di colpa: sinché – lo ammetto – sono andato in libreria, ho ricomprato il libro e, in una delle mie più trasgressive notti triestine, mi sono persino costretto a rileggerlo.

Beh, per togliere ogni suspense alla cosa, dirò subito che non sono andato molto più in là della volta precedente: pagina 25 o giù di lì. In compenso, ho capito molte cose che prima mi erano sfuggite. Ad esempio, ho capito che la benzedrina non serviva a vivere di più, ma proprio a scrivere di più: sicché c’è solo da sperare che Baricco non lo venga a sapere. Poi, ho capito perché Marlon Brando non ha mai risposto alla lettera in cui Jack gli proponeva di girare lui un film tratto dal libro, cosa che avrebbe finalmente risolto i problemi economici dello stesso Jack, e della vecchia madre.

Infine, e soprattutto, ho capito perché Kerouac, come scrittore, non è neppure paragonabile al Ginsberg dell’Urlo o al Burroughs della lettera a Truman Capote. Kerouac non immagina nulla: si sforza di vivere una vita “da scrittore”, per poterla poi trascrivere su carta. Ma così sono capace anch’io: mi basterebbe fregarmene dei doveri familiari e sociali, ritrovare la fede cattolica con annesso senso del peccato, mettermi sulla strada di Monfalcone, che qualche passaggio si trova sempre, e poi scrivere il tutto con l’aiuto della benzedrina. La cosa più difficile, ma neppure tanto, sarebbe convincere la Pivano a scrivermi la prefazione. Insomma, mi vergogno a dirlo, ma con tutta la buona volontà neppure stavolta sono riuscito ad avere torto. Tranquilli, ci riproverò, again and again and again.

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