Niente, non riesce a stare lontano dai guai. Come un Dennis “The Menace” qualsiasi, o un autarchico Giamburrasca, Claudio Scajola ne combina sempre una. Quel discolaccio di un ligure, dopo una prima carriera da democristiano, si era riciclato alla grandissima in Forza Italia, diventando uomo-macchina del partito. Nel 2001, quando Berlusconi tornò a Palazzo Chigi, Scajola occupò nientemeno che il Viminale. Ministro dell’Interno, mica robetta. E da subito mise il suo talento da “piccola peste” al servizio della causa. Genova, 2001. C’è il G8 da gestire. Ci scappa il morto. E lui, candido, qualche mese dopo lo ammette: “Avevo dato l’ordine di sparare sui manifestanti qualora avessero sfondato la zona rossa”. Minchia, signor ministro. Nientedimeno!

Niente dimissioni, nonostante la confessione da macellaio sudamericano. Ma non si arrese, nossignore. Avrebbe potuto fare di meglio e lo dimostrò subito. Altro evento drammatico: l’uccisione di Marco Biagi da parte delle Br. Il professore era senza scorta e chi l’aveva tolta? Ça va sans dire, il ministro dell’Interno. Incalzato da mesi di polemiche, Scajola si sfogò con alcuni giornalisti: “Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale (Biagi, ndr): era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”. Game, set, partita. Dimissioni. Raus. A casa.

Per un po’ il Nostro tornò a occuparsi del partito, anche se nel frattempo scoppiò un altro caso: da ministro, Scajola fece istituire un volo diretto Alitalia da Albenga (zona sua, insomma) a Roma Fiumicino. Volo ad personam, totalmente inutile e antieconomico, che guarda caso fu soppresso definitivamente dopo le dimissioni. Nel 2003, dopo un Purgatorio breve breve, tornò al governo, pur nel meno prestigioso ruolo di ministro per l’Attuazione del programma (cioè?). Nel 2005 Berlusconi lo promosse di nuovo: ministero dello Sviluppo economico, che mantenne anche quando il centrodestra tornò al governo nel 2008.

Nel 2010, però, escono allo scoperto alcuni assegni circolari per 900mila euro, arrivati dritti dritti dal conto di Diego Anemone (imprenditore romano coinvolto nell’inchiesta sugli appalti della Protezione civile). Quei soldini erano serviti per pagare la casetta di Scajola (rieccolo) vista Colosseo. Ma lui, povera creatura, non ne sapeva nulla: “Anemone ha pagato la mia casa a mia insaputa”. Ciumbia che fantasia, signor ministro! Dimissioni part II, il 4 maggio 2010.

E ora, screanzato di un bimbo cattivo, pare si sia fatto ribeccare con le mani nella marmellata: supermegamaxiultratangentona dal Brasile con amore per una commessa militare di Finmeccanica. Il 10% di 5miliardi, se il diploma di maturità scientifica serve ancora a qualcosa, corrisponde a 500 milionazzi, da spartire tra i signori politici e imprenditori, boiardi di Stato e faccendieri. Lui, il Nostro sfortunatissimo Claudiuccio, smentisce tutto e si dichiara sereno. Noi, visti i precedenti, mica tanto.

Delle due, comunque, l’una: o è davvero un bad boy che Corona al confronto è san Domenico Savio, o l’è proprio sfortunato, ‘sto Scajola. Ora non resta che un ultimo ambizioso traguardo: Belen!