“Nessun elemento nuovo”, Non è ancora finita”, “Progressi sostanziali, ma ancora nodi da sciogliere”. Prima il presidente della Bce, Mario Draghi, poi il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble e infine il commissario Ue agli affari monetari ed economici, Olli Rehn, hanno tutti gelato Atene che stamattina, per bocca del ministro dell’Economia Yannis Stournaras, aveva annunciato il raggiungimento di un accordo con la Troika dei creditori internazionali.

Eppure Stournaras era stato inequivocabile: “E’ tutto finito il pacchetto delle misure di austerità è stato finalizzato. La Troika ha fatto un passo indietro sugli indennizzi e la durata del preavviso in caso di licenziamento”, aveva detto annunciando il raggiungimento dell’accordo coi creditori sulle nuove misure di rigore richieste dall’Ue e dal Fondo monetario. Il ministro, poi, ed è questa la vera notizia, ha aggiunto che il governo intende presentare al Parlamento le misure spacchettate diversi disegni di legge.

Questa la soluzione architettata dall’esecutivo dopo una serie riunioni fiume, per arginare l’ostacolo dei dissenzienti che non se la sentono di approvare, men che meno proporre, nuove misure lacrime e sangue per i cittadini: tagli da 13,5 miliardi di euro e 89 riforme che la Troika considera indispensabili per la concessione della nuova tranche di aiuti oltre a una revisione del settore del lavoro. A mettere sul chi va là il governo ha senz’altro contribuito il caso di Nikos Stavroyannis, il primo deputato cacciato dal suo partito (Nea Dimokratia) due giorni fa perché in coscienza non se l’è sentita di votare il piano della Troika.

Tornando all’accordo smentito, Stournaras,  era sceso anche nei dettagli, precisando che, riguardo al bonus di sei mensilità concesso a chi ha lavorato per oltre 16 anni, la Troika avrebbe accettato di aumentarlo a 2mila euro (dai 1.800 proposti inizialmente), mentre il periodo di preavviso in caso di licenziamento sarebbe diventato di quattro mesi invece dei tre richiesti. Ma soprattutto, il ministro ha dichiarato che la Grecia avrebbe ottenuto dalla Troika l’agognata proroga di due anni (dal 2014 al 2016) per ripianare il proprio deficit di bilancio. “Il pacchetto delle misure di austerità – aveva spiegato – è stato finalizzato ed abbiamo ottenuto una proroga per il ripianamento del deficit”.

Peccato che i creditori non ne sappiano nulla. I primi a smentire sono stati i tedeschi, con il sottosegretario alle Finanze, Steffen Kampeter, che ha detto a stretto giro che non è stata presa alcuna decisione sul caso greco e che il governo tedesco attende il rapporto della Troika di Bce, Ue e Fmi. “Tutto il resto sono chiacchiere da bar”, ha detto. Dichiarazione rafforzata dal ministro Schaeuble che ha fatto sapere di non poter confermare né la proroga né l’accordo sui termini dei nuovi aiuti, confermando che tutto dipenderà dal rapporto della Troika e poi dovrà essere ratificato dall’Eurogruppo. 

“La revisione non è ancora finita. Capisco che sono stati fatti dei progressi, ma alcune parti devono essere definite e non so nient’altro più di questo. Non posso commentare i roumors”, ha poi detto Draghi riferendosi al rapporto della Troika. “Sono stati fatti progressi sostanziali nei negoziati con il governo greco, ma restano alcune questioni pendenti prima che un accordo a livello tecnico possa essere concluso”, ha poi tagliato la testa al toro il portavoce del commissario Ue agli affari monetari ed economici, Olli Rehn, Simon ò Connor.

L’episodio, che aggiunge del nuovo incredibile alle vicende greche, rende piuttosto bene l’idea della situazione che si fa ogni giorno più tesa, con il Paese sempre sull’orlo del baratro e una nuova crisi di governo che aleggia sul Parlamento, con le divergenze sulla riforma del lavoro tra il premier Antonis Samaras (che guida i conservatori moderati) e il leader del partito socialdemocratico di Sinistra Democratica, Fotis Kouvelis che fanno da convitato di pietra ai consigli dei ministri, mentre i rapporti con i creditori non progrediscono in modo sensibile. Tanto più che il dialogo ormai avviene prevalentemente via teleconferenza. 

Resta sullo sfondo, la Lista Lagarde, quella dei 1.991 evasori eccellenti che l’attuale numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, all’epoca ministro delle Finanze francesi, ha consegnato ad Atene quasi due anni fa. E della quale si sono perse le tracce fino a quando, la settimana scorsa, presunte copie dell’elenco hanno iniziato a circolare nelle redazioni dei giornali, incluso ilfattoquotidiano.it. Presunte perché al momento dell’arrivo in Grecia per le vie ufficiali, i destinatari non l’hanno protocollata rendendo impossibile qualunque confronto che a questo punto solo la signora Lagarde potrebbe confermare. Il cui staff oggi è stato l’ultimo, tra quelli dei creditori, a pronunciarsi sulle dichiarazioni di Stournaras smentendole e precisando che “restano delle questioni in sospeso che devono ancora essere risolte prima che un’intesa sia completata e conclusa”.

Intanto, però, lunedì 22, il magazine ellenico Fimes si è assunto la responsabilità della pubblicazione della copia in circolazione che sarebbe stata redatta sulla base dei dati della Banca di Grecia e dove l’ignoto autore ha raccolto il totale dei depositi presso le banche nazionali indicando in quante transazioni sono stati spediti fuori dalla Grecia. Tra i nomi elencati, l’attuale primo ministro, i suoi due predecessori, molti ministri, tantissimi deputati. In pratica il 90% della politica ellenica, tranne Tsipras (Syriza), Papariga (Kke),Kammenos (Indipendenti) e Michalioliakos (Alba dorata). 

Non è ancora chiaro, però, se il documento la copia pubblicata sia autentica o meno. E non aiuta a sbrogliare la matassa, il fatto che dagli interessati interpellati in merito finora siano arrivate solo “no comment” o minacce di querela.  Con alcune eccezioni non da poco. Subito dopo la pubblicazione del documento, l’ufficio del primo ministro Antonis Samaras, presente nella lista con 282mila euro, ha infatti informato la stampa che il leader di Nea Dimokratia ha provveduto a far rientrare quella valuta nel bel mezzo della crisi, e negli anni in cui è stato deputato al Parlamento europeo. 

Stessa linea per Anna Diamantopoulou, ex commissario europeo e citato in quell’elenco. “Diamantopoulou non ha nulla a che vedere con i depositi all’estero, fatti a Bruxelles quando è stata il commissario Ue. Tutti i suoi beni li ha sempre dichiarati, da dove provengono e come appaiono dalla Banca di Grecia”, ci ha fatto sapere oggi la sua portavoce. Mentre l’ex ministro delle finanze, Papaconstantinou, destinatario insieme a Venizelos del cd originale con la lista ha dichiarato oggi, sempre in Parlamento, di non sapere dove si trovi il documento.