Pavia e Daccò. Pavia e la Maugeri assatanata di soldi. Pavia e i voti di ‘ndrangheta. Che bello scoprire a cento passi dai letamai i campi di fiori. Pavia e i giovani, Pavia e il ricordo di un Maestro in nome del quale parlare di diritto e di giustizia, di mafia e di cultura. Lo hanno fatto questa settimana per tre giorni gli allievi di Vittorio Grevi, il giurista cattolico intransigente e rigoroso, che mai si piegò alle mode e ai venti e che per questo mai fu candidato alla Corte Costituzionale come il suo prestigio avrebbe suggerito. “Mafie: legalità e istituzioni” si intitolava la rassegna, nata nel 2005 proprio per impulso di questo professore di procedura penale che per tenere la dottrina lontana dagli interessi non volle mai esercitare da avvocato.

Grazie a lui l’università di Pavia è stato uno dei pochi luoghi dell’accademia italiana in cui per decenni si è discusso di mafia con profondità e continuità. Qui fece il suo ultimo intervento pubblico Giovanni Falcone su invito del professore, che non perdeva occasione di elaborare o difendere dottrina contro gli strafalcioni di un Palazzo in cerca perenne di impunità. Gli allievi di giurisprudenza sciamano nell’aula magna dell’università, nella bellissima chiesa sconsacrata di largo La Pira. Il Coordinamento per il diritto allo studio e l’Osservatorio antimafia come organizzatori. E “Jaromil” , rivista “per rabbia e per amore”. C’è chi ha conosciuto il prof nei corsi, chi lo ha appena sentito nominare ma è rimasto affascinato dalla sua fama. C’è chi ci ha lavorato insieme, come Giulia Cometti, il viso da adolescente, che con lui ha preso il dottorato di ricerca e si illumina di nostalgia al solo parlarne (“mi illudo che ci veda”).

C’è anche l’ex ministro dell’interno e vicepresidente del Csm Virginio Rognoni che ne fu amico più anziano. Dirige Marco Magnani, un giovane alto e straripante boccoli da fare invidia a una signora. “Sub-comandante” sta scritto di lui sulla rivista nel tamburino redazionale, per dire che ne è il direttore vero. Distribuisce domande. “Scrivere di mafia” è il titolo della serata, che vince la sfida con la partita della nazionale, nonostante la sera prima ci sia già stato l’incontro con il sostituto procuratore Nicola Gratteri. L’aula magna si incanta nel sentire parlare Francesco La Licata della sua esperienza alla gloriosa “L’Ora” di Palermo, la foto di Liggio messa in prima pagina e la bomba contro il quotidiano a stretto giro di posta. Sente Biagio Simonetta, blogger calabrese, raccontare storie della sua terra. E i film e le fiction aiutano la mafia o la combattono ? E le scuole? E i voti, quei quattromila voti comprati dall’assessore lombardo Domenico Zambetti?.

Quattromila persone hanno comunque venduto il loro voto. Le responsabilità del singolo. Ognuno deve fare il suo dovere, anche se può sembrare banale e semplice, dice Marco. Ad esempio questi imprenditori del nord che non si fanno troppe domande quando trovano qualcuno che gli smaltisce i rifiuti a un quarto o un quinto dei costi. Ascoltano Arianna e Luca, dell’Osservatorio. Ascolta Anna Dichiarante, il viso da attrice del cinema muto, una delle ultime allieve del prof, che venerdì si laureerà in suo ricordo in procedura penale e che l’anno scorso aprì “Mafie” leggendo una stupenda lettera dedicata al prof per la prima volta assente. Su “Jaromil” c’è una sua incalzante intervista al sindaco di Pavia a proposito di mafia e corruzione. Ci sono quelli del circolo Arci di Radio Aut. Ci sono anche due professoresse di Mazara del Vallo giunte qui con la loro classe in gemellaggio. Uno stage sul giornalismo. Ragazzi si parla di “scrivere di mafia”, andiamoci. Michele di Scienze politiche, Bernardo del coordinamento. La pizzeria Amalfitana diventa alla fine il luogo del ritrovo, gli allievi del prof vengono sempre qui.

Li guardi mentre ridono, mentre fanno progetti per il futuro, mentre ricordano. Hanno raccolto gli scritti giuridici del Maestro, una fatica di un anno, spiega Giulia. Tre volumi per la Cedam: uno sul vecchio codice, uno su quello nuovo, e uno sull’ordinamento penitenziario. Ci hanno lavorato tutti insieme, a decine. Molti saggi li hanno dovuti ribattere. Osservi tutto e pensi a quanto rimane di ciò che un intellettuale libero ha seminato. Al lascito di un professore che amava l’università più di se stesso. Che al medico che gli diagnosticava la leucemia fulminante chiese una cosa sola: se ce l’avrebbe fatta a iniziare le lezioni. Giulia dal viso di adolescente dice sotto voce: “Ho capito che nella vita si muore un po’ per volta, si incomincia quando ci lasciano certe persone”. Girando sugli acciottolati inumiditi si passa per corso di Strada Nuova al 65, dipartimento di procedura penale “Cesare Beccaria”, dove i ragazzi lo trovavano a ogni ora. Per questo sul sito dell’università di Pavia c’è uno spazio dedicato a lui, per icona una finestra con la luce accesa, disegnata dalla sua allieva-docente, Livia Giuliani. No davvero, Pavia non è solo corruzione.

A cento passi dal letamaio arriva il profumo notturno di gelsomini lontani.