Fin da bambino ho sempre amato viaggiare, scoprire posti nuovi per conoscere costumi e usanze diverse dalle mie. Ogni viaggio fatto mi ha arricchito di una qualche esperienza e mi ha fatto pensare che la vita può essere anche molto diversa da quella che i giornali e la televisione.

Sono appena tornato da un viaggio, durante il quale ho avuto modo di conoscere un paese a me sconosciuto, che pensavo che non potesse neppure esistere.

È un paese in cui la sera le persone, invece di rincoglionirsi davanti alla televisione per farsi dire quello che devono pensare, scelgono liberamente di riunirsi, magari in una bella sala del ‘700, affollandola ben oltre la propria capacità, per confrontarsi con gli amministratori della propria città, per fare presente loro cosa non va e dove si potrebbe intervenire per migliorare le cose.

Ho visto un paese in cui i politici si rivolgono ai cittadini, non per parlare, ma per ascoltare e per sentirsi dire quello che possono fare per loro. Ho visto un paese in cui i cittadini, prima di rispondere, si consultano tra loro, dopo aver chiesto il parere dei tecnici per poter offrire la migliore soluzione possibile ai propri problemi.

Ho visto un paese in cui chi si impegna non lo fa per tornaconto personale, ma perché vuole creare un posto migliore in cui vivere e far crescere i propri figli.

Il paese che ho visto non è la Turchia dove vivo da oltre un anno, ma è proprio quell’Italia che ho abbandonato perché non sopportavo più la visione di una realtà in cui per poter fare qualcosa devi prima conoscere le persone giuste e renderti ricattabile quel tanto che basta affinché qualunque tipo di cambiamento possa essere scongiurato.

L’Italia di cui sono stato testimone è quella che si è presentata lo scorso fine settimana agli Stati Generali della Bicicletta di Reggio Emilia e, lunedì sera, nella sala del Circolo dei Lettori di Torino, dove, in occasione della presentazione del libro “Salva I Ciclisti: la bicicletta è politica”, nonostante Celentano avesse inchiodato quasi 10 milioni di Italiani al divano, più di un centinaio di persone, sono venute ad ascoltare e a vivere un esperimento di partecipazione attiva alla vita della politica.

Capisco lo scetticismo di chi mi legge: siete finiti sul sito del Fatto Quotidiano e avete letto dell’ennesimo mebro della giunta Formigoni arrestato, avete letto che Dell’Utri vuole fondare un nuovo partito con Berlusconi, che la consulta ha bocciato la proposta di ridurre gli stipendi ai supermanager della pubblica amministrazione e vi rifiutate di credere che qualche forma di rinnovamento possa realmente esistere.

Non solo, ma dopo aver visto le manifestazioni di piazza in Spagna, in Portogallo e in Grecia pensate anche che gli italiani non siano in grado di opporsi a qualunque forma di ingiustizia sociale.

Oppure pensate che se sono tanto entusiasta è solo perché sono coinvolto in #salvaiciclisti fin dal primissimo secondo e che vedo tutto con gli occhi di chi è innamorato. Ma qui non si sta più parlando di biciclette, di lotta al traffico o di zone 30: sto parlando di qualcosa di più grande, sto parlando di un senso di stanchezza e di rabbia che invece di degenerare in manifestazioni di protesta per chiedere la testa di chi ha sbagliato fino a questo momento, può prendere la forma di un movimento propositivo che vuole spiegare ai propri delegati all’interno delle istituzioni cosa fare, come e quando.

A Reggio Emilia e a Torino ci si è concentrati sul tema della ciclabilità, ma lo stesso esperimento avrebbe potuto riguardare altre tematiche: sanità, scuola pubblica, gestione del debito o del suolo, politica industriale.

Al momento non ho che un grandissimo sogno: spero con tutto me stesso che il modello di #salvaiciclisti  possa essere perfezionato e replicato all’infinito in mille altri ambiti, affinché siano finalmente i cittadini  facendo una sintesi delle proprie visioni individuali a stabilire le linee guida all’interno delle quali i propri rappresentanti in parlamento e nei consigli locali dovranno operare. Queste linee guide si chiamerebbero programmi di governo e sono una cosa di cui in Italia abbiamo dimenticato il significato.

Solo attraverso questo percorso potremo dare un senso al concetto di “democrazia rappresentativa” che al momento consiste quasi esclusivamente nell’andare a votare turandosi il naso e mettendo la croce sul simbolo del partito meno coinvolto in scandali e arresti e che in passato rappresentava per davvero dei valori concreti.

Lo so, sono un visionario, ma ho la netta sensazione che ce la possiamo fare perché esiste un precedente che lo dimostra e perché l’alternativa è troppo disgustosa per essere presa in considerazione. Da dove cominciamo? Innanzitutto spegnendo la televisione per smettere di perdere tempo con quei programmi che servono unicamente per tenerci occupati con un sorriso ebete stampato in faccia fino al momento di andare a dormire e poi incontrandoci con i nostri simili per parlare, non dei problemi, ma delle soluzioni, da condividere poi in rete per dar vita a una massa critica che possa creare opinione: i blog e i social media servono proprio a quello.

A chi ritiene che sia tempo sprecato perché tanto non cambia mai nulla voglio chiedere: cosa avete da perdere?