Aveva giurato di no, ma poi ci è cascato anche lui. Nel corso un’intervista radiofonica tre anni fa, David Cameron aveva apostrofato i seguaci del social: “Troppi tweet rendono coglioni (sic)”, giusto scusandosi in seguito per l’espressione velatamente sopra le righe. Oggi però ha cambiato idea, cedendo anche lui al fascino del social. Dopo l’account ufficiale del governo, quello del n.10 di Downing Street, Cameron ne apre uno tutto suo. Dove i suoi followers non gli risparmiano critiche politiche, né sarcasmo sul suo status di snob e privilegiato.

Da sabato pomeriggio a oggi, l’account @David_Cameron sfiora i 100.000 followers. Non tutti però lo seguono per pura ammirazione. Il premier inaugura Twitter scherzando proprio sulla passata disavventura radiofonica: “Parlo del mio ruolo come capo del Partito conservatore. Ma non ci saranno ‘troppi tweet’”. Sul social gli rispondono a stretto giro: “(parlare del tuo ruolo) include dire qualcosa su privatizzazione della Sanità pubblica, taglio dei servizi, fregare i disabili ecc?”, o anche “Con i tempi duri che corrono, devo licenziare chi fa le pulizie, il giardiniere. Oppure cercare modi per evadere il fisco?”.

Non pochi criticano le misure di austerità prendendo di mira la sua immagine: “Pensi che il tempo sarà adatto per una battuta di caccia alla volpe? O è meglio restare dentro nella sala biliardo?”, “Mi chiedevo: sai dirmi quale vino è meglio con il cigno arrosto?”, “come si fa a trovare un buone champagne medio se sono stanco del solito Dom Perignon?”. Non manca un omonimo del premier britannico che dall’Oregon si sente offeso per l’accostamento: “Non sono il primo ministro. Sono americano e molto più fico di lui”. A Londra, i bookmaker scommettono che il premier britannico raggiungerà il milione di follower entro fine anno. Il presidente venezuelano Hugo Chavez di utenti ne ha tre milioni e mezzo, quello americano Obama circa 20. Adesso che ci ha preso gusto, Cameron si starà già chiedendo a che ritmo deve twittare per non sfigurare con i colleghi. Senza risultare troppo “coglione”.

Il Fatto Quotidiano, 9 Ottobre 2012