La trama è quasi comica. Eppure si tratta di una faccenda tremendamente seria, tanto per le sue implicazioni finanziarie quanto per l’implicito e inquietante monito lanciato a tutti i Paesi sull’orlo di una crisi contabile. La protagonista è una nave dal nome epico ed altisonante, Libertad, misura 100 metri circa di lunghezza, vanta un pregevole design anni ’50 e possiede una valutazione di mercato compresa tra i 10 e i 15 milioni di dollari. Lo scenario è il porto di Tema, in Ghana, dove l’imbarcazione è tuttora bloccata con il suo equipaggio di 220 persone dopo un’ordinanza di un tribunale locale che ne ha decretato il sequestro di fronte a un possibile pignoramento. Il motivo? Un ammontare indefinito di “tango bond” non pagati ad un creditore molto speciale: il fondo-avvoltoio (vulture fund) NML, un veicolo d’investimento di proprietà della Elliot Capital Management, società finanziaria registrata nelle paradisiache, in senso fiscale, Isole Cayman.

L’origine della storia, ovviamente, risale al 2001 quando Buenos Aires dichiarò default su un debito estero da 100 miliardi di dollari. Impossibilitato a restituire la somma, il governo argentino avviò in seguito la ristrutturazione debitoria. L’accordo formalizzato negli anni successivi prevedeva il rimborso del 30% del valore nominale dei titoli, una proposta da “prendere o lasciare” accettata secondo quanto riferito dall’esecutivo dal 93% dei creditori. Tra i dissidenti ci sono però loro, i cosiddetti distressed debt funds, creature finanziarie come NML entrate in scena al primo sentore di disastro. Gli investitori delle Cayman, per intenderci, avevano acquistato parte del debito argentino ad un prezzo scontato e ora, a oltre dieci anni di distanza dalla bancarotta, chiedono ancora il pagamento dei titoli sommati a mora e interessi. La richiesta giunge puntualmente nei tribunali stranieri che, in caso di sentenza favorevole, possono decretare il congelamento degli asset detenuti all’estero del debitore. Esattamente ciò che è accaduto in Ghana.

I precedenti, per altro, non mancano di certo. All’inizio del 2010, un fondo statunitense chiamato FG Hemisphere ottenne da un tribunale di Hong Kong il pignoramento delle concessioni che la Cina avrebbe dovuto pagare alla Repubblica Democratica del Congo per lo sviluppo di un progetto di estrazione mineraria. L’origine della storia risaliva addirittura al 1980 quando il governo dello Zaire si era indebitato con una società jugoslava che avrebbe dovuto realizzare una linea di trasmissione elettrica tra le città di Bukavu e Goma: la EnergoInvest. Undici anni più tardi Kinshasa dichiarò di non poter pagare il debito, e la società creditrice non trovò altra soluzione che limitare i danni cedendo i diritti di riscossione a prezzi di saldo proprio a FG Hemisphere. Il fondo, creato dagli ex consulenti di Morgan Stanley Peter Grossman e Keith Fogerty, andò all’assalto a colpi di sentenze, interessi maturati e penali caricate. Risultato: i crediti acquisiti passarono da meno di 12 a oltre 100 milioni di dollari.

La vicenda di FG Hemisphere mostra chiaramente quanto possa essere redditizio il business dei fondi distressed. Alcuni anni fa, un rapporto dell’African Development Bank sostenne che in alcuni casi i rendimenti finali degli investitori potessero raggiungere anche il 2000%. Nel 2007, un rapporto curato dal Fondo Monetario Internazionale e dalla World Bank stimò un giro d’affari da 1 miliardo di dollari. Nell’agosto 2009, il quotidiano britannico Guardian parlò di almeno 54 società finanziarie e 12 Paesi coinvolti per un ammontare complessivo di crediti pari a 1,8 miliardi.

Tra i grandi fondi del settore si è segnalato di recente anche un certo Dart Management, anch’esso registrato nelle Cayman. Nel maggio di quest’anno, aveva riferito allora il New York Times, il fondo ha incassato in un colpo solo il 90% di un esborso da 436 milioni di dollari operato dal governo greco in favore dei creditori che non avevano accettato il concambio. Secondo le stime rese note ancora dal quotidiano Usa, Dart avrebbe acquistato a suo tempo i bond greci ad un prezzo compreso tra il 60 e il 70% del suo valore nominale. Mentre la maggior parte dei creditori privati era stata costretta ad accettare un concambio del 75% (25 centesimi per ogni dollaro di credito vantato con Atene) il fondo stava ricevendo all’epoca un pagamento privo di sconti. L’ipotesi a giustificazione di un simile trattamento di favore (riservato normalmente soltanto alla Banca centrale europea) è che la Grecia volesse evitare un pericoloso contenzioso in tribunale. Non è chiaro quanti fondi distressed siano al momento in possesso di titoli ellenici. Ieri, in un’intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt, il premier greco Antonis Samaras ha prefigurato una bancarotta definitiva del suo Paese in assenza di nuovi aiuti entro novembre. Probabile che alle Cayman siano già in ascolto.