Un anno fa veniva accolto coi pomodori, oggi fanno la fila per ascoltarlo. Oscar Giannino, comunque la si pensi, è un fenomeno da non sottovalutare. L’offerta politica oggi sul piatto, è chiaro, prevede l’armamentario dei vecchi partiti da una parte e una grande area anticasta dall’altra. Si è aperto in mezzo lo spazio per un nuova forza liberista capace di risorgere dal ventennio berlusconiano. Prova a riempirlo a modo suo Giannino, diversamente rottamatore, forse il più lucido e smaliziato interprete del disagio che ha trascinato il ceto medio professionale e gli imprenditori verso l’antipolitica. Lo ha fatto partendo da un manifesto “Per fermare il declino” che ha arruolato economisti di primo piano (tra gli altri Luigi Zingales, Alessandro De Nicola e Michele Boldrin) e ha tutto il sapore del programma politico di un partito anti-tasse.

Lui, interpellato oggi dal Fatto Quotidiano, precisa che lo diventerà solo a condizione che ci siano certi numeri, perché “di tutto hanno bisogno gli italiani tranne che di una nuova sigletta”. E i numeri, questa la sorpresa, potrebbero anche esserci: un sondaggio di Renato Mannheimer tributa a Giannino un consenso potenziale dell’8% frutto della capacità di pescare a destra e al centro come a sinistra (secondo Ispo conquista simpatie in misura relativamente maggiore tra gli elettori del Pd e M5S). Ma è lui il primo a schermirsi quando gli si chiede se si candiderà (“fossi scemo”) e tutto il gruppo sembra orientato piuttosto a costruire il consenso dal basso, con un fitto programma di incontri nelle città di tutta Italia.

Il giannino-pensiero è il seguente. Le regole passano per la limitazione del numero di mandati, lo stop al finanziamento pubblico dei partiti, l’eliminazione preventiva di ogni conflitto d’interesse, il coinvolgimento dal basso di aderenti ed elettori. Il programma, in 10 punti, prevede iniezioni massicce di liberismo (meno tasse e meno Stato), incentivi al merito, abbattimento del debito con attivi patrimoniali pubblici, freno alla spesa corrente, imposte su lavoro e impresa del 6 e 5% e un radicale riorientamento del welfare verso giovani e donne. Ma dove si colloca la nuova proposta di chi si impegna a fermare il declino? Non con Monti, perché ha centrato l’obiettivo credibilità-conti pubblici ma ha scordato in Bocconi metà dell’agenda, quella con tutti i capitoli su ripresa e sviluppo. Con Fini e Casini no, perché sono da troppo tempo in Parlamento e hanno tentato una scaltra Opa sul premier per capitalizzarne il suo consenso che non è il loro. Mai con Berlusconi che ha perso credibilità. Gli incentivi alla rottamazione sono rafforzati dalla presenza tra gli animatori del listone-partito liberista di Zingales, bocconiano professore di finanza all’Università di Chicago e consigliere economico di Matteo Renzi. Resta un forte collegamento con due comprimari come Emma Marcegaglia e Luca Cordero di Montezemolo, apparentati nella tradizione liberal-riformista ma lontani dalla gente comune per catodica distanza (lei estranea alle piazze, lui sempre pronto a salire sul treno della politica e mai a obliterare il biglietto). Il consenso che interessa i giannino-boys però è diverso. Non è quello liofilizzato, indotto dai media o di chi sta da sempre in politica. Lui prova a pescarlo direttamente nel popolo delle partite iva, dei professionisti e delle piccole imprese. E a quanto pare lo trova.

Il “Manifesto”, anche grazie a una forte campagna in rete, veleggia oggi verso le 25mila adesioni. La macchina organizzativa sul territorio cresce (ad agosto poteva contare su dieci volontari e oggi su 80) e oggi conto su un coordinamento in ogni regione (manca solo la Basilicata) e coordinatori per aree tematiche. Anche la raccolta fondi è passata da 30 a 200mila euro. Certo, non sono i milioni che possono metter sul tavolo i politici professionisti, ma sono tutti dichiarati online e con un tetto di 20mila euro per evitare influenze nel finanziamento. La formula della serata-presentazione, che fa molto azienda e poco partito, ha un successo ampiamente imprevisto. Nella tappa milanese del 27 settembre sono bastati un migliaio di volantini per richiamare più persone di quelle che la sala conteneva (gli organizzatori, quasi all’ultimo, hanno spostato tutti al Teatro Dal Verme, con 1400 persone e in sala e 400 rimaste fuori).

Al Teatro Giulia di Barolo di Torino stessa scena. Radiografia della sala. In prima fila c’è il ceto medio produttivo deluso dal Pdl. Non c’è Confindustria con le pesanti poltrone rosse, non ci sono gli amici di peso come Caltagirone. I link economici col mondo produttivo sono piuttosto con le reti “Imprese che resistono”, “Verso Nord”, un pezzo veneto di Rete Italia, perfino i riformatori sardi (di più propriamente politico c’è l’affinità con Italia Futura, il think-tank dei finiani). Ma il punto è che c’è davvero un sacco di gente. Oltre la destra moderata e qualificata ci sono tanti centristi e perfino elettori del centro sinistra. Ed è un fatto curioso perché l’ispiratore del movimento contro il declino, giusto un anno fa, veniva ricoperto di pomodori dai collettivi della Statale di Milano. Da allora, evidentemente, qualcosa è cambiato. Sarà che, pur avendo i numeri, la sinistra ha scelto di non governare e di lasciare ai tecnici il lavoro sporco dei tagli e dei conti. Anche per questo, sostengono gli osservatori, ogni nuova offerta politica credibile può fare effettivamente breccia tra i delusi del Pd. E realizzare così un bizzarro contrappasso: agli occhi di uno di sinistra, le vedute moderate e attendiste alla Bersani, rischiano di far apparire rivoluzionario anche il radicalismo ultraliberista di una destra moderata che non si è compromessa. E che ora tenta di uscire allo scoperto con una capacità inaspettata di attrarre il consenso. Di questi tempi, non è poca roba.