Nel mondo della scuola a settembre ci si scambia il “buon anno”. È qui che il tempo incontra una cesura e comincia davvero qualcosa di nuovo. Suona ironico, prima di Natale, dire “ci vediamo l’anno prossimo”. Tra dicembre e gennaio c’è continuità totale, anche meteorologica. Le classi, le abitudini, persino i vestiti che indossiamo, tutto resta uguale e si ritrova  invariato dopo quei pochi giorni di vacanze che passano in un baleno. Invece è naturale, fin dai primi giorni di scuola, parlare di quel che abbiamo fatto a giugno dicendo “l’anno scorso”. Tante cose cambiano con un paio di mesi d’estate.

Anche a tal riguardo, in carcere la situazione è del tutto particolare. Per i detenuti la “bella stagione” è particolarmente dura. Non solo per il caldo, che al chiuso di una celletta diventa insopportabile. Ad agosto si fermano tutte le attività, i corsi, i lavori, le visite. Operatori, educatori, agenti, personale della direzione, tutti vanno a ranghi ridotti, alternandosi secondo piani-ferie. I volontari, che tanto sollievo apportano contribuendo a risolvere i problemi quotidiani dei detenuti e delle loro famiglie, vanno normalmente al mare o in montagna.

Ma quel che più pesa è la chiusura dei corsi scolastici. S’interrompe l’afflusso quotidiano di insegnanti che portano una ventata di aria pura dall’esterno, con il loro bagaglio di cultura e umanità. Cessa la possibilità di parlare di qualcosa di diverso, che non siano i soliti reati, gli arricchimenti fantasmagorici, le rapine compiute o da progettare, o i giorni che mancano alla libertà. Si blocca quel volo veramente libero che può scaturire solo da alcune espressioni puramente artistiche, quando vengono trasmesse e colte in tutta la loro grandezza.

Quest’anno le lezioni sono cominciate con un certo ritardo per lavori interni alle strutture carcerarie. Ai miei colleghi era impedito di entrare nel corridoio delle scuole e potevano soltanto ricevere qualche studente in un’area che il carcere aveva messo a disposizione. Io solo, che oltre a insegnare sono anche volontario ex art. 17 O.P., potevo andare nelle sezioni a incontrare i tanti detenuti, fermarmi a parlare, sentire i loro problemi e cominciare a illustrare tutto ciò che per questo nuovo anno avrei  in programma di studiare con loro. Avevo anche l’opportunità di relazionarmi con gli agenti di polizia penitenziaria, con cui ho sempre avuto ottimi rapporti di cordialità e collaborazione. E che, non si ripete mai abbastanza, condividono con i detenuti tutti i disagi di un sistema che scoppia di sovraffollamento e inefficienza.

All’apertura del corridoio e delle classi, abbiamo subito una vera e propria invasione di studenti desiderosi di parlare e ascoltare. Cosa ancor più rilevante se si tiene conto che il “penale” di Rebibbia è uno dei pochi istituti in cui i detenuti possono girare liberamente, dalla mattina alla sera (esclusi i tempi delle “conte”) tra le sezioni e i “passeggi” del grande giardino con gli impianti sportivi. Per venire nell’area delle scuole, in seguito alla solita “domandina”, devono sottoporsi a un ulteriore controllo e sottostare a impedimenti speciali: per quest’anno si parla di divieto di uscire (anche per chi deve recarsi a pregare o lavorare) e di fumare, il che è particolarmente duro da accettare per alcuni accaniti fumatori.

Eppure sono tutti lì, a riempire le nostre aule e tempestarci di domande e interventi, rendendo le lezioni particolarmente impegnative. Si suda, complice il caldo afoso di questa implacabile estate romana con la sua lunga appendice settembrina, e si esce dalle classi spossati. È troppo forte per gli studenti la voglia di intervenire, dire la propria, raccontare dei libri letti, chiedere un parere su questo o quell’articolo di giornale, su quella vicenda di cronaca, su quel servizio televisivo. E soprattutto da chi come me si trova a insegnare diritto, ci si aspetta un parere sull’intervento del Presidente Napolitano e sulle possibilità di un provvedimento di clemenza.