Quella che secondo Ai Weiwei sarebbe “una rappresaglia per le sue critiche al Partito comunista” è passata da minaccia a realtà. Il tribunale di Pechino ha confermato la condanna a pagare 2,4 milioni di dollari per evasione fiscale e ha negato all’artista la possibilità di ricorrere in appello. Ai si è detto contrariato ma non sorpreso. “Quello che mi sorprende – ha aggiunto in un’intervista all’Ap – è questa società. Anche se oggi si sviluppa a un ritmo rapidissimo, continua ad avere un sistema legale tra i più barbari e superati”. Secondo l’artista, le autorità non solo gli avrebbero più volte negato i suoi diritti base, ma non avrebbero nemmeno rispettato le procedure.

Ha dichiarato infatti che il tribunale di Pechino gli aveva notificato la data dell’udienza per telefono, e solo il giorno prima, quando invece avrebbe dovuto avvertirlo tre giorni prima della sentenza a mezzo lettera. Il suo avvocato che era in viaggio non aveva fatto così in tempo a presentarsi in aula. Questa è solo l’ultima avventura che ha coinvolto Ai Weiwei. L’artista, che ha studiato a New York, è balzato alle cronache intenazionali per aver prima collaborato al progetto dello stadio olimpico del Nido d’uccello e poi essersi dissociato dallo sfruttamento propagandistico che il governo faceva delle Olimpiadi. Aveva quindi sostenuto e appoggiato un’inchiesta di giornalismo investigativo che mirava ad appurare il numero esatto dei bambini che hanno perso la vita durante il tragico terremoto del 2008 nella regione del Sichuan. Il che gli era valso i primi guai con le autorità. Ai, tuttavia, era sempre riuscito a farsi scudo sfruttando la comunicazione sui nuovi media e la sua fama internazionale. Ma a un certo punto tutto questo non gli è stato più concesso.

Il 3 aprile 2011 viene arrestato all’aereoporto di Pechino mentre si prepara a volare su Hong Kong. La sua detenzione dura 81 lunghi giorni. Al suo rilascio sembra un altro: smunto e taciturno. Il governo non gli muove alcuna accusa formale, ma pochi giorni dopo il suo rilascio la sua società, la Beijing Fake Cultural Development Ltd, viene condannata a pagare 15 milioni di yuan (circa 2 milioni di euro) per evasione fiscale. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Ai, circa 600 mila euro sarebbero stati dovuti a tasse arretrate, 730 a sanzioni e altri circa 350 mila agli interessi per il ritardo nei pagamenti. L’artista si mette subito sulla difensiva: “Se è un problema fiscale, pago – aveva specificato al tempo l’artista – ma se non lo è, non pagherò”, aggiungendo che i reati a fini fiscali dovrebbero essere giudicati dall’Agenzia delle Entrate, non dalla polizia. “Ma è la polizia che mi ha recluso in un luogo sconosciuto per 81 giorni per indagare su una mia eventuale evasione fiscale”. Ai ha inoltre sottolineato che da quando è stato arrestato – senza motivo – le autorità sono in possesso del suo passaporto. Avrebbero dovuto restituirglielo a giugno scorso, ma non è stato così. Il risultato è che ancora oggi Ai Weiwei non può lasciare la Cina. Questo non solo gli impedisce di lavorare all’estero e di essere presente alle installazioni delle sue mostre, alle prime del documentario che hanno girato su di lui; ma fa di lui un pesce in un acquario. “Posso nuotare, ma senza andare lontano”, avrebbe commentato l’artista.

di Cecilia Attanasio Ghezzi