Come ho già sottolineato nel post del 14 Settembre la moltitudine degli “esodati” è sconcertata dal succedersi di speranze e docce scozzesi determinata irresponsabilmente dall’atteggiamento di alcune forze politiche e del Governo.

Come ultimi atti della vicenda si registrano le dichiarazioni del ministro Fornero a “Ballarò”, dove ha ammesso che sulla materia del transitorio della riforma è stato commesso un errore; “Ma certo che, a posteriori, è stato un errore” ha dichiarato il Ministro; un buon incipit al quale gli esodati si aspettavano un seguito coerente nel quale venissero indicati i rimedi a quell’errore che può rivelarsi tragico. Speranze deluse, il che era anche ipotizzabile dato che il ministro, redigendo il decreto attuativo otto mesi dopo la sua riforma “erronea”, si era premurata di inserire dei paletti i quali, lungi dal rimediare a quell’errore ora ammesso a denti stretti, perseveravano diabolicamente nell’errore stesso.

Tutto questo mentre il progetto di legge 5103, presentato originariamente in modo “bipartisan” e che si occupa sostanzialmente solo del transitorio della riforma, proprio quell’area nella quale il ministro ammette errori (grossolani, aggiungo io), trova in parlamento defezioni e ostacoli. Alcuni politici, dopo avere lanciato il sasso, hanno pensato bene di nascondere il braccio, giustificando la loro posizione con mancanza di adeguata copertura finanziaria della legge; al cittadino medio come me sfugge come sia possibile che illustri parlamentari collaborino alla redazione di una legge che in uno dei suoi articoli contiene indicazioni circa la copertura finanziaria e poi tolgano la loro approvazione in sede di discussione della legge in commissione e ne rifiutino la calendarizzazione per la discussione in aula, adducendo una mancanza di copertura.

A ogni buon conto, questo tira e molla sulla 5103 contribuisce a quel ciclo di shock termici, fatto alternando pannicelli caldi e docce gelate, a cui gli esodati vengono sottoposti, quasi che non bastasse lo shock subito con il rinvio pluriennale della loro pensione senza uno straccio di proposta di alternative. 

Dulcis in fundo, la discussione del progetto di legge 5103 in commissione bilancio: in tale discussione il relatore Bruno Cesario (eletto nel Partito democratico, passato poi al gruppo misto senza componente politica, poi ad Alleanza per l’Italia, poi di nuovo al Gruppo Misto senza componente politica e infine a Popolo e Territorio) ha messo in discussione la copertura del progetto di legge, basata su maggiori introiti da prelevare dai giochi pubblici (lotto, enalotto, giochi on line etc.) indicando anche che un maggiore prelievo potrebbe deprimere il settore e “potrebbe avere effetti pericolosi per gli equilibri economici di tale mercato, giungendo anche a compromettere la realizzazione dell’ingente gettito che tale comparto assicura all’erario”.

In ciò ha trovato ovviamente sponda nel sottosegretario al ministero dell’economia, Vieri Ceriani, il quale ha fatto dichiarato che “un aumento del prelievo provocherebbe in questo momento, con molta probabilità, un’ulteriore diminuzione del gettito, che non soltanto impedirebbe di reperire le risorse necessarie per finanziare il provvedimento in esame, ma metterebbe anche a repentaglio la copertura prevista da precedenti provvedimenti a valere sulle entrate erariali derivanti dai giochi pubblici”.

In sintesi: “Bambole, non c’è una lira”; o, meglio, la lira andrebbe cercata altrove; non si può mettere a repentaglio il gettito dei giochi pubblici che ormai è un pilastro del bilancio dello stato. Ometto i commenti che si potrebbero fare su uno Stato che si finanzia in parte significativa sul gioco e sulle dipendenze che esso causa.

Premesso che la Commissione Bilancio è quella con minori responsabilità nel caso specifico e che fa comunque il suo lavoro, il problema, però è politico e non economico e subordinare il proprio appoggio alla proposta 5103 ai pareri della Commissione Bilancio è un gioco sporco, così come poco pulito o quantomeno manicheo è il gioco del “bianco o nero” esprimibile con: “Non possiamo far cadere il governo per voi esodati” e che darebbe a intendere che qualsiasi errore del governo vada tenuto come tale, pena il ricatto della sua caduta.

Sin dalle prime avvisaglie delle dimensioni del problema esodati e dalle prime dichiarazioni circa la necessità di risolverli, ho puntualizzato che il macigno da rimuovere per arrivare a una soluzione seria era quello del “limite delle risorse finanziarie”, già inserito dal ministro nella sua legge per quanto riguardava le salvaguardie; puntualmente cozziamo oggi con quel limite che è squisitamente politico, essendo chiaro a tutti che, sempre, dove prendere le risorse e a cosa destinarle richiede analisi socio/politiche, esami di coscienza, buon senso e coraggio.

Sempre con il mio intelletto da cittadino medio penso che un buon governante, un buon politico, debbano ragionare come un “buon padre di famiglia” e mettere in ordine le priorità, miscelando dismissioni di patrimoni inutilizzati, spese (o tagli) per la difesa, per apparati burocratici e per trasferimenti a regioni e province con spese per la sanità, per l’assistenza, per la previdenza e per la correzione degli errori, specie quando sono sotto gli occhi di tutti e ammessi a denti stretti anche dal Governo. La messa in ordine delle priorità non è una scelta economica, bensì una scelta politica nell’ambito economico.

Chi si trincera dietro una analisi di per sé asettica della commissione bilancio, che non può e non deve dare giudizi politici, per giustificare le proprie scelte politiche di appoggiare o osteggiare la soluzione del problema esodati fa un’operazione poco limpida e auspicabilmente punita dagli elettori. Chissà se almeno ha la consapevolezza della propria pavidità che Manzoni fa esprimere a Don Abbondio con il suo: “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”