La parabola di Marchionne è stata sorprendente: dopo essere stato salutato da destra e da sinistra come uomo della provvidenza, campione del capitalismo, unico in grado di risollevare le sorti della Fiat, in pochi mesi si è trasformato in una sorta di ‘volgarissimo bugiardo’, in un ‘bieco profittatore’ della dabbenaggine dei lavoratori e dello Stato nel suo insieme.

Negli ultimi giorni assistiamo a un attacco incrociato al direttore del Lingotto da parte di politici che gli furono amici e di imprenditori, tutti volti a sottolineare l’inadeguatezza del suo modo di guidare la prima azienda nazionale per addossargli interamente la colpa del fallimento del progetto Fabbrica Italia, quasi a voler negare che il problema possa essere di natura sistemica e di chi lo ha preceduto. La Fiat infatti non è l’unica azienda europea a navigare in acque difficili, lo scorso giugno  la Saab ha chiuso i battenti e in questi giorni anche Peugeot, Citroen, Renault, Opel, General Motors e Ford stanno affrontando le stesse difficoltà della casa torinese.

Oggi,  tutto il settore auto si trova a fronteggiare un crollo della domanda dettata soprattutto dalla saturazione del mercato, domanda che l’azienda torinese sarebbe in grado di soddisfare utilizzando uno solo dei cinque stabilimenti disponibili del nostro paese rendendo ridondanti gli altri quattro che non si sa che fine faranno.

Il fronte degli osteggiatori di Marchionne tende in particolare a sottolineare come, di fronte ai pessimi risultati della Fiat, il gruppo Volkswagen continui ancora a registrare risultati positivi sebbene non entusiasmanti, ma questo dato invece di dimostrare l’incapacità del management torinese, altro non fa che confermare una delle leggi del mercato: di fronte ad un eccesso di offerta, chi è meno competitivo esce dal mercato lasciando spazio a chi è più efficiente ed è in grado di offrire prodotti migliori.

Quando Marchionne arrivò nella cabina di regia della Fiat si ritrovò tra le mani un’azienda che, dopata da decenni di aiuti di Stato, era sull’orlo del fallimento e che in molti già davano per spacciata. Oggi prendersela con Marchionne per non aver compiuto il miracolo è come incolpare il fantino se il cavallo è bolso.

La cosa che maggiormente rattrista del dibattito in corso sui giornali e in tv è la scarsa capacità di analisi di chi affronta la questione: finalmente anche gli opinionisti più miopi hanno rotto il tabù e sono arrivati ad ammettere che la crisi è generata dal calo della domanda di automobili, ma ancora ben pochi sono in grado di ravvisare che quello che non è mutata è la domanda di mobilità degli italiani. Mentre si registra un eccesso di offerta nel settore automobile, il settore del trasporto pubblico si ritrova a fronteggiare un eccesso di domanda, soprattutto per quanto attiene il pendolarismo e i trasporti notturni, mentre alcune tratte di fondamentale importanza sono palesemente sottosviluppate e molte aree della nostra penisola sono totalmente sprovviste di mezzi di trasporto pubblico.

Il mercato, padre e padrone delle politiche economiche degli ultimi anni, imporrebbe di puntare tutto sul settore che presenta maggiori opportunità di crescita: il trasporto pubblico, appunto. Sarebbe quindi il caso che la Fiat (e le eminenze grigie all’interno dell’apparato statale) iniziasse ad accettare che la “A” del proprio è sempre meno interessante e andrebbe sostituita gradualmente con la “M” di mobilità.

Questa è una delle condizioni che il governo dovrebbe porre quando il management Fiat verrà a battere cassa nuovamente, chissà che non ne esca una nuova meraviglia come fu quel treno perfetto chiamato Pendolino.