Lo scorso agosto, nella cittadina di Tupa in Brasile, il notaio Claudia do Nascimento Domingues, specialista di diritto di famiglia e nota per i suoi studi sulla poli-affettività, ha riconosciuto uno statuto di “famiglia” a tre persone, un uomo e due donne, che da tempo vivevano insieme. Difendendosi dalle critiche e le grida allo scandalo, la signora Domingues ha sostenuto che nulla nel diritto di famiglia impedisce di considerare un’unione stabile a tre come una famiglia e che la sua decisione non inventava nulla, ma prendeva atto di una situazione di fatto molto più comune di quanto si voglia riconoscere.

Dal mese di maggio, una nuova legge in Argentina consente il cambiamento di identità di genere sui documenti senza previo assenso di un medico e senza il bisogno di interventi chirurgici o ormonali (cosa che è ancora richiesta nella maggior parte degli Stati europei, tranne la Spagna).

La settimana scorsa, la rivista Internazionale riportava la notizia dal New York Times Magazine di un fenomeno in aumento negli Stati Uniti tra i bambini, ossia l’identità di genere fluida, bambini che non si sentono né maschi né femmine e che hanno comportamenti e modi di vestire che travalicano la distinzione maschio-femmina.

Cosa hanno in comune queste tre notizie? Forse nulla, ma proviamo a speculare un po’ (insomma lasciatemi fare la trombona!) e provare a vedere se possano essere sintomi di un trend, di una visione nuova della società e dell’intimità che comincia a fare capolino.

Quel che colpisce dei tre fenomeni è che sembrano avere come bersaglio la natura binaria della nostra metafisica sociale: o maschi o femmine, o sposati o single, o gay o eterosessuali. Nella nostra società, le categorie sociali sono bivalenti, corrispondono a un sì o un no una casella annerita e l’altra lasciata vuota. La bivalenza è un modo di classificazione estremamente radicato nella cultura occidentale. Francis Bacon, uno dei protagonisti della Rivoluzione Scientifica, basava il suo metodo scientifico su tavole della presenza e dell’assenza di un fenomeno, come se la realtà fosse leggibile solo sotto la sua forma binaria, di sì e no. La scienza sociale, che si è sviluppata soprattutto nell’Ottocento, ha integrato questa logica binaria per classificare i tipi sociali: uomo-donna, sposato-non-sposato, sano-ammalato, normale-patologico, etc…

Eppure, anche le categorie sociali che sembrano essere fondate su principi logici, metafisici fondamentali, sono soggette al tempo, all’evoluzione, ai grandi cambiamenti della storia. Può darsi che con la globalizzazione e la fine della società patriarcale, certi cardini della nostra lettura bivalente dell’identità sociale e dell’intimità comincino a scricchiolare, e a mostrare la loro contingenza. Forse non c’è nessuna necessità di essere maschi o femmine, né di essere in coppia o solitari. Distinzioni di essenza possono diventare, in una nuova prospettiva, semplici distinzioni di grado. Già negli Anni Novanta, la filosofa Judith Butler, nel suo libro Gender Trouble, prendeva posizione contro il femminismo tradizionale per una visione più sfumata dell’appartenenza al genere.

Potrebbe darsi che il progressivo rilassamento di categorie che ci sembrano così fondamentali porterà progressivamente a un vero cambiamento della società, non nel senso di una modernità liquida come la definisce Zygmunt Bauman, in cui le forme sociali non sono stabili e si trasformano nel corso del tempo, ma nel senso proprio di una società di natura diversa, che trasgredisce i limiti della bivalenza.

Stare dentro o stare fuori a tanti sì no che ci definiscono socialmente è una delle più grandi cause di malessere, di contraddizione interna e di ambivalenza in tutti noi. Forse una società non ambivalente, ma post-bivalente, come quella che le notizie che riporto sopra fanno intravvedere, ci aiuterebbe a vivere le complesse forme di vita che attraversiamo non come compromessi o trasgressioni, ma come modi di dare voce a nuove categorie sociali che trasgrediscono la logica del  e del no