L’abolizione del carcere duro, venti anni fa, per centinaia di boss, è stato un perno della trattativa Stato-Cosa Nostra. Almeno così ritiene la Procura di Palermo che ha chiuso l’inchiesta. Ed ecco che, puntuale, il presunto capomafia, Pino Mandalà, condannato a 8 anni di carcere in appello per associazione mafiosa, l’uomo che, secondo un pentito terrebbe “per le palle” il presidente del Senato Renato Schifani, cosa fa? Scrive un post sul suo blog contro il 41 bis, a poco più di un mese dall’udienza preliminare sulle richieste di rinvio a giudizio di boss e politici per quella trattativa. Lo fa addirittura appellandosi a coloro che, dopo le vittime, hanno pagato il prezzo più alto per il potere della mafia: i loro familiari. Mandalà, a sostegno della sua “battaglia” chiede aiuto anche a quelli che stima: il presidente della Repubblica e giornalisti come Eugenio Scalfari, Piero Ostellino e Giampaolo Pansa.

Mandalà, secondo i pentiti Francesco Campanella e Stefano Lo Verso è il rappresentante di Cosa Nostra a Villabate. Lo Verso, ex vivandiere di Bernardo Provenzano ha raccontato ai pm che il figlio di Mandalà, Nicola gli avrebbe confidato “di stare tranquillo, perché eravamo coperti sia a livello nazionale che a livello locale. A livello nazionale con Schifani che era collega di suo padre”. Nicola Mandalà è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’imprenditore Nino Geraci edè sottoposto proprio al 41 bis. Fu lui ad accompagnare Provenzano, latitante, in una clinica di Marsiglia, per l’operazione alla prostata.

Sul suo blog, Pino Mandalà per trovare consensi sull’abolizione del 41 bis si rivolge innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e li chiama “compagni di viaggio”. Raccomanda loro di non pensare alla “vendetta”. “Ad essi dico che il loro desiderio di giustizia è sacrosanto, ma che questo desiderio non può confondersi con la voglia di sangue di cui si nutrono gli squallidi personaggi che usano i drammi altrui per liberare la loro anima malvagia…”. Scomoda anche il poeta Khalil Gibran per cercare di unire i destini dei carnefici, i mafiosi, e delle famiglie delle vittime: “Insieme sono intessuti il filo bianco e il filo nero…”

Gli risponde Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, a Firenze: “I nostri cari sono morti perché la mafia non voleva quel 41 bis. Noi non saremo mai compagni di viaggio di Mandalà e di quelli come lui, se ne guardi bene dal dirlo. Noi vogliamo il 41 bis, fondamentale perché i mafiosi non comunichino con l’esterno. Semmai siamo preoccupati perché i boss riescono a volte a mandare messaggi fuori nonostante il carcere duro”. Mandalà, richiamando “la lezione dei Beccaria, dei Montesquieu, dei Locke”, incita a “ gridare che non è ammissibile che esseri umani fatti della stessa carne di noi tutti subiscano l’inferno di una condizione intollerabile quale è quella del 41 bis”. E fa l’esempio del figlio.

Poi prova a coinvolgere quelli che per lui sono esempi positivi, a cominciare dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “Uomini come il Capo dello Stato, campioni del pensiero liberale che hanno a cuore la tutela dell’individuo come Ostellino…, combattivi difensori dei diritti umani come Pannella, Della Vedova e Manconi, portatori di una concezione giuridica rigorosamente garantista come Pisapia e Ferrajoli, giornalisti intellettualmente onesti come Pansa, Polito, Battista e carismatici come Scalfari, non hanno alibi se continuano a latitare in una contesa che riguarda la civiltà del diritto ancor prima della sopravvivenza di vite umane”.

Ci sono, però, i nemici. Il presunto boss scrive che la battaglia per l’abolizione del 41 bis è “difficile” perché “combattuta contro avversari che godono di seguito, di potere di veto e coagulano umori giacobini coltivati a lungo e capillarmente diffusi in una opinione pubblica spaventata e incitata al linciaggio”. Anche se non li cita, gli “avversari” sono i magistrati e tutti quelli, anche giornalisti, che contro la mafia vogliono la linea della fermezza. E non della trattativa.

Il Fatto Quotidiano, 19 settembre 2012