Un miliardo di dollari in sussidi illegali per l’industria delle auto tra il 2009 e il 2011. E’ l’accusa che gli Stati Uniti hanno avanzato contro la Cina al Wto, e che riapre il contenzioso economico tra i due Paesi in un momento delicato della campagna elettorale americana. Contemporaneamente – ma la cosa è probabilmente casuale – la Cina ha annunciato oggi una protesta formale al Wto contro gli Stati Uniti. Washington, infatti, sarebbe colpevole di irregolarità nel conteggio delle tariffe antisussidi e antidumping sui prodotti cinesi.

Mentre la protesta cinese era attesa da tempo, quella degli Stati Uniti arriva più improvvisa, ma si giustifica con necessità e obiettivi della campagna presidenziale. Oggi infatti Barack Obama si trova in Ohio per una serie di appuntamenti elettorali. Lo Stato, insieme al Michigan e al Wisconsin, è uno di quelli dove l’industria automobilistica più conta, e tra quelli più combattuti il prossimo novembre. Il valore soprattutto elettorale della causa americana presso il Wto si desume anche e soprattutto da un altro elemento. Il valore complessivo delle esportazioni cinesi, sempre nel periodo 2009-2011, è stato di 56 miliardi di dollari. Il miliardo al centro delle accuse americane non pare dunque poter cambiare in modo sostanziale il corso delle esportazioni cinesi.

La Cina non esporta al momento auto pienamente assemblate verso gli Stati Uniti. La concorrenza tra i due Paesi si è però focalizzata soprattutto sui paesi in via di sviluppo, che Pechino ha in questi anni posto al centro di una strategia commerciale particolarmente aggressiva. Ohio e Michigan soprattutto hanno sofferto di una progressiva chiusura di impianti e perdita di posti di lavoro, che ha coinciso con il costante allargamento delle esportazioni cinesi. Secondo dati dell’Office of the United States Trade Representative, l’occupazione nell’industria automobilistica americana si è ridotta del 50% tra il 2001 e il 2010. Nello stesso periodo, il volume delle esportazioni di auto e pezzi di ricambio cinesi è aumentato di sette volte.

Nelle scorse settimane più volte Mitt Romney ha accusato l’amministrazione Obama di debolezza nei confronti della strategia commerciale cinese, promettendo un atteggiamento più aggressivo. “Il presidente Obama ha speso 43 mesi senza affrontare davvero le pratiche commerciali illegali della Cina – ha detto ancora oggi Romney – Non aspetterò gli ultimi mesi della mia presidenza per oppormi alla Cina e non lo farò solo perché ci sono dei voti in gioco”. La campagna di Obama deve invece aver ritenuto elettoralmente produttivo annunciare l’apertura del caso anti-cinese proprio prima dell’ennesimo tour elettorale in Ohio, di annuncia. Qui il 12,5% della forza-lavoro è impegnato nell’industria automobilistica.

Una prima reazione positiva alla mossa dell’amministrazione Obama è venuta dagli ambienti sindacali. Michael Wessel, consigliere commerciale degli United Steel Workers, ha affermato che “il paesaggio è cambiato, rispetto al momento in cui le multinazionali avevano interessi in entrambi i Paesi ed erano riluttanti a intervenire per timore delle rappresaglie cinesi, o perché esse profittavano delle politiche commerciali della Cina. La decisione di Obama può essere l’inizio di un vero cambiamento nelle politiche commerciali degli Stati Uniti”.

La scelta di portare la Cina davanti al Wto rappresenta comunque anche un deciso cambiamento di strategia nell’atteggiamento di questa amministrazione verso Pechino. All’inizio della sua presidenza Obama evitò con cura l’apertura di vaste controversie commerciali con la Cina, concentrandosi su questioni di minor peso come i servizi di pagamento elettronici o il commercio di pollame. Negli ultimi mesi l’atteggiamento si è fatto decisamente più aggressivo, per esempio con l’imposizione di tariffe speciali sui pneumatici provenienti dalla Cina. Pechino rimane comunque il Paese che detiene la maggior porzione di debito pubblico americano: più di 1150 miliardi di dollari.