La faida di Scampia non è soltanto un’emergenza napoletana: è un problema di livello nazionale. Parliamo di clan che hanno forti contatti con la Spagna e che reinvestono milioni di euro anche in altre regioni, dedicandosi all’usura, all’acquisto di immobili, alla creazione di nuove imprese, inquinando altri tessuti economici e sociali”. Il procuratore aggiunto di Napoli, Sandro Pennasilico, all’indomani dell’ennesimo morto ammazzato (Raffaele Abete, 42 anni, è stato ucciso davanti a un bar di via Roma), ribadisce la sua preoccupazione per la guerra in corso, tra i clan di Secondigliano e Scampia, per il dominio delle piazze di spaccio più redditizie d’Europa. Ed è interessante scoprire – per quanto riferiscono fonti investigative – che mentre scriviamo, le piazze sono inattive: presidiate 24 ore al giorno da carabinieri e polizia, dopo i rinforzi ottenuti – 200 agenti – nei giorni scorsi. E se la guerra di Scampia e Secondigliano – come dice Pennasilico – è un problema nazionale, il motivo, non riguarda soltanto l’espansione economica e criminale dei clan nelle altre regioni. Riguarda anche i limiti che, ogni giorno, forze dell’ordine e magistratura incontrano per reprimere il contro potere camorristico.

“SE AVESSIMO avuto l’emissione di circa 200 misure cautelari che la Procura ha chiesto da qualche anno all’ufficio Gip – ha commentato qualche giorno fa il vicecapo della polizia, Francesco Cirillo – forse questo avrebbe aiutato la nostra opera di prevenzione e repressione. Nei quartieri della nuova faida – ha aggiunto – ci sono oltre 200 persone che oggi potrebbero stare in carcere invece d’essere libere di fare gli interessi dei clan, magari di sparare, o di essere uccise”.

Ma è sufficiente fare un giro in procura per verificare ciò che è noto: le risorse destinate alla magistratura, da anni, sono sempre minori. “Il gip è un giudice monocratico – commenta Pennasilico – quindi deve studiare gli atti e decidere da solo. Gli uffici sono sovraccarichi di fascicoli (basti pensare che, solo a Napoli, esistono almeno 80 clan, ndr) e il personale è insufficiente”. Parliamo di ordinaria burocrazia: “I tagli al personale – continua Pennasilico – sono progressivi. C’è gente che va in pensione e non viene più sostituita. Non ci sono fondi e quindi è saltato anche il lavoro straordinario”. Risultato: sempre più spesso, il singolo gip, deve fotocopiare atti da sé, scansionare documenti, sbrigare faccende che sottraggono tempo allo studio dei fascicoli e allungano i tempi che portano a ordinare un arresto.

C’è quindi un nesso tra la solitudine pomeridiana, nei corridoi dei gip, e il traffico ininterrotto nella piazze di spaccio, che porta poi a guerre da decine di morti per controllare affari da milioni di euro. Un nesso che, appunto, è di rilevanza nazionale. Tutto s’intreccia nelle guerre alla mafia, a Casal di Principe come a Scampia, a Palermo come a Reggio Calabria: anche il singolo cancelliere, non sostituito dopo la pensione, diventa un punto a favore dei clan e a sfavore dello Stato. Ma cosa accade, ora che il governo, nell’azione repressiva, ha inviato rinforzi nella zona di guerra? L’ultimo morto ammazzato – nel conflitto tra i “girati” del cartello di via Vanella Grassi contro l’alleanza Abate, Abbinante e Notturno – risale a soli due giorni fa. Ma nelle piazze – dicono gli investigatori .

Tre le storiche piazze di spaccio a Scampia: le case dei Puffi, i lotti T-A e T-B e le vele celesti. I carabinieri presidiano le prime due, 24 ore al giorno, mentre la terza è controllata dalla Polizia di Stato. Negli scorsi mesi s’era svolta una guerriglia a bassa intensità che, comunque, aveva prodotto i suoi frutti: “Abbiamo installato una microcamera nei portoni dove si spacciava – spiega un investigatore – costringendo i clan a spacciare nei giardinetti, dove abbiamo effettuato diverse retate. Alle vele celesti abbiamo abbattuto cancelli ogni giorno, per distruggere le ‘difese’ organizzate dagli spacciatori e spingerli a venire allo scoperto. Ora, dopo aver ottenuto i rinforzi, le piazze sono libere”. Ma questo non significa che l’operazione sia conclusa: i clan tentano di impossessarsi di vecchie zone, già perse in questo risiko con le forze dell’ordine, come “l’oasi del buon pastore”, dove poliziotti e carabinieri passano a ore alternate. Bloccate anche le piazze di Secondigliano: le “case celesti”, forse le più ambite in questa nuova faida, sono affidate ai carabinieri, come la piazza del Terzo Mondo, mentre l’area del clan più agguerrito – quella di Vanella Grassi – è affidata alla Polizia. Ma anche questo, per risolvere il “problema nazionale”, non è e non può essere sufficiente.

“LA SICUREZZA è compito del governo – dice il sindaco Luigi De Magistris – mentre a noi tocca la responsabilità politica. Invito il governo a rinunciare a un acquisto: un caccia bombardiere F35 in meno. Investiamo quei soldi per prevenire e reprimere la lotta alla camorra”. Entro la fine di settembre poi, la giunta varerà una delibera che il sindaco definisce “rivoluzionaria”: dentro ci sarà l’abbattimento delle Vele di Secondigliano, simbolo di una costruzione architettonica ghettizzante, del degrado del rione e – soprattutto – saranno sgomberati gli alloggi popolari che i clan, abusivamente, affidano a gente del posto, conquistando consenso e, con esso, aiuto nello spaccio. Altri investimenti riguarderanno la cartellonistica (quasi assente nei rioni), il potenziamento dei vigili urbani e una mostra d’arte permanente nella metropolitana. De Magistris, inoltre, chiede la presenza delle forze dell’ordine – non dell’esercito, precisa – per un tempo prolungato: “È necessario un piano operativo strategico, della durata minima di sei mesi, in cui dobbiamo vedere fisicamente la presenza massiccia delle forze dell’ordine in città”.

da Il Fatto Quotidiano dell’11 settembre 2012