“Cambiamo il mondo prima di immaginarlo”. La frase di Marc Augé, in apparenza innocua, nasconde una minaccia tremenda: l’incapacità attuale di immaginare il futuro che ci attende.

Questa crisi ci ha tolto molte cose materiali, ci ha reso più insicuri, più fragili, ci ha tolto persino la facoltà di immaginare. Sembra poca cosa, in confronto ai più impellenti problemi del lavoro, dell’aumento dei prezzi, dello spread e delle tasse. Ma invece, a pensarci bene, è fondamentale.

Se davvero questa capacità ci è stata negata, ci troveremmo di fronte a un ennesimo cambiamento epocale, che va ad aggiungersi ad altri sconvolgimenti e ci spinge verso ulteriori incertezze esistenziali.

Perché la facoltà di immaginare è il motore del progresso.

È quella che ci permette di progettare, di indirizzare gli sforzi verso un obiettivo comune. Un mondo senza immaginazione è un mondo desolato, subìto, indesiderabile.

La modernità, fin dagli inizi, si è giovata dell’immaginazione e ne ha fatto il suo costante filo conduttore. Dagli illuministi a Luther King la facoltà di immaginare e sognare ha determinato svolte storiche, ha forgiato la cultura.

Sartre vi ha riposto la speranza per una società nuova e più democratica, affidando all’utopia (cioè all’immaginazione di un mondo che non c’è) un potere rivoluzionario. Il potere dell’immaginazione è divenuto l’immaginazione al potere. L’esclusiva facoltà umana non aveva mai avuto una responsabilità tanto grande.

Ora la crisi che stiamo vivendo ci toglie anche questo primato. Ci condanna a costruire il mondo senza immaginarlo. Quasi per forza d’inerzia, distratti da altre preoccupazioni, per abitudine o per rassegnazione, spinti dall’emergenza di soddisfare bisogni immediati.

Eppure basterebbe poco. Basterebbe fermarsi un momento: anziché chiudere gli occhi, aprirli e provare a immaginare.