L’odio che sembrava, nel post berlusconismo, ritornare nel proprio alveo naturale quale sentimento rivolto ai vicini, a qualche parente, alla suocera o al secchione che non ti passa i compiti ritorna, prepotente, alla ribalta della agenda politica grazie a Grillo.

E lo fa interpretando la storia a suo modo, recuperando gli anni di piombo con la stessa leggerezza con cui aveva evocato una nuova stagione stragista dopo la bomba di Brindisi. Insomma una insalata di pensieri che scoppia nel momento in cui, si fa più irritante e martellante, il ricordo della biografia di Grillo che, come per tutti gli uomini e le donne, presenta zone di ombra.

Grillo dice cose buone e giuste, talvolta. Racconta, però, anche fregnacce in assoluta libertà. Il fatto che gli venga ricordato, come in tutte le lotte politiche, più la fregnaccia che la cosa giusta si trasforma, nella sua mente un poco infantile, in un attacco a tutto campo.

E quindi gli zombies si fanno “aizzatori di professione” o, in alternativa, istigatori a delinquere. Un poco la stessa raffigurazione che la destra dell’amore dava di Travaglio e di quei pochi altri giornalisti che, facendo il proprio mestiere, spulciavano passato, presente e futuro di Berlusconi.

Ed in questo c’è un blackout. Evidente, macroscopico, palese. Una sindrome a cui non sfugge lo stesso Grillo che dovrebbe ascoltare con maggiore profitto la base a partire dai dissidenti e ricomporre un quadro di insieme che tenga unita la proposta politica ( magari un poco più articolata ) e la visione sociale di un paese che, da svariati anni, non è fatta di odiatori professionali e killer di politici.

Ma è fatta da gente pensante che, a torto o a ragione, diffida nei confronti di chi ha la soluzione in tasca e una ricetta per tutti i piatti. E ne diffida oltre che per ragioni storiche (storia recente, intendiamoci ) per il semplice motivo che la complessità del reale mal si accompagna con la verità assoluta.

Lo stato febbrile di Grillo si supera se si scompongono queste assolute verità e se si è capaci di accettare il fatto che la purezza umana, come il paradiso, sapora di grande balla.