Prima, seconda o terza repubblica che sia, la parola d’ordine è sempre promettere e poi dimenticarsi delle promesse. E’ quanto sta accadendo, anche con il Governo dei professori, a proposito delle promesse ed annunciate liberalizzazioni.

Ecco una delle tante storie di liberalizzazione a metà che finiscono con l’ingessare i mercati in vista degli sviluppi che verranno (ndr, forse) anziché migliorarne l’efficienza.

Con il famoso decreto liberalizzazioni nel gennaio di quest’anno, il Governo ha, tra l’altro, disposto la “liberalizzazione” del mercato dell’intermediazione dei diritti connessi al diritto d’autore, mercato nel quale, sino a quel momento, aveva operato, in Italia, solo l’Imaie – Istituto mutualistico artisti, interpreti ed esecutori in una condizione di monopolio di fatto e di privilegio (ndr, non la definirei monopolio) di diritto.

All’indomani dell’entrata in vigore della norma è accaduto così che quanti – come ad esempio 7607, associazione rappresentativa di oltre 1200 attori del cinema e della tv italiana – avevano, sino a quel momento, auspicato l’apertura del mercato, abbiano iniziato a rivendicare, a ragione, il diritto ad incassare i compensi spettanti ai propri iscritti, tra i quali quelli derivanti dal riparto del fiume di denaro incassato ogni anno dalla SIAE a titolo di c.d. equo compenso per copia privata.

Delle strane manovre attraverso le quali Governo, Siae, Imaie e una sparuta pattuglia di parlamentari sono, sin qui, riusciti ad ostacolare il legittimo intento della nuova associazione di attori ed a fare in modo che tutto restasse come prima ovvero che vi fosse, di fatto, un unico soggetto legittimato ad incassare milioni e milioni di euro si è già abbondantemente scritto.

E’ un episodio che, già da solo, la dice lunga su quanto flebile debba essere la reale volontà del Governo di cambiare il mercato: che senso ha annunciare di voler liberalizzare un mercato ed affrettarsi poi a fare in modo che l’ex monopolista conservi tanto importanti privilegi?

Il punto, tuttavia, è un altro e riguarda più da vicino una responsabilità del Governo del Prof. Monti. Il famigerato decreto, prevedeva che la liberalizzazione del mercato dell’intermediazione dei diritti connessi avrebbe dovuto essere completate attraverso il varo, entro 180 giorni dall’entrata in vigore della norma, di un Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, contenente talune misure di attuazione.

Tre mesi, dunque, per trasformare una promessa di liberalizzazione in una liberalizzazione vera. Peccato che, a questo punto, di mesi ne siano passati più del doppio senza tuttavia che Palazzo Chigi abbia varato l’atteso regolamento e, circostanza ancor più grave, si sia almeno preoccupato di trasmetterne una bozza all’Autorità Garante per la concorrenza e per il mercato.

E’, dunque, almeno lecito dubitare che la vera liberalizzazione si realizzi a breve. E frattanto? Frattanto la situazione sul mercato dell’intermediazione dei diritti connessi diventa ogni giorno più allarmante.

La condizione di confusione creata dalla liberalizzazione a metà ovvero l’esistenza di nuovi soggetti astrattamente legittimati a gestire ed incassare diritti ma, in attesa, del decreto di “benedizione” da Palazzo Chigi, finisce con il rappresentare uno straordinario alibi per gli utilizzatori che, a ragione, nel dubbio e non sapendo con chi delle diverse associazioni rappresentative dei titolari dei diritti fare accordi ed a chi pagare, naturalmente, non fanno accordi con nessuno e si guardano bene dal mettere mano al portafoglio.

Siamo, quindi, al paradosso: si annuncia una liberalizzazione, la si realizza a metà e si finisce con il paralizzare un mercato e, ciò che è più grave, il sistema cultura che da quel mercato trae ossigeno e linfa vitale.

La bozza del Decreto, a quanto si sa, è ormai pronta ed in attesa della firma del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Peluffo. Ci vorrà ancora molto per trasmetterla all’Authority antitrust e provare così, almeno, a completare una delle tante liberalizzazioni annunciate?