Vi diranno che la convention repubblicana che sta per aprirsi a Tampa, in Florida, sarà una quattro giorni di parata dei libertari che non vogliono Stato ma solo libertà, niente tasse e ciascuno responsabile da solo del proprio destino. Vi diranno che sarà la impetuosa manifestazione del partito della grande potenza che non deve accodarsi, ma deve decidere e prendere sempre, da sola, il comando. Vi diranno che questa di Tampa sarà l’assemblea della immensa ricchezza che non viene a patti con questioni di beneficenza, assistenza, solidarietà, perché quello che conta è moltiplicare la vastità dei profitti, che poi ricade su tutti (specialmente se gli ex assistiti, una volta privati di perniciosi sussidi, usciranno dal loro pigro rifugio e si daranno personalmente da fare).

È tutto vero. O meglio, ho raccolto dai giornali e dalle televisioni americane di questi giorni e di queste ore, ciò che i Repubblicani pensano e dicono di se stessi, con comprensibile enfasi e la determinazione, evidente di ciascuna descrizione dei gruppi diversi, di spingere Barack Obama fuori dalla scena politica americana per sempre.

Ma mi sembra affidabile l’interpretazione che gli inviati del New York Times hanno annotato nel loro primo articolo da Tampa, il 27 agosto: “Tutto ciò riflette una campagna segnata dalla lama tagliente di cose non dette di classe e di razza. Venerdì scorso Romney (probabile candidato repubblicano alla presidenza, ndr) ha detto in un comizio: “Nessuno ha mai dovuto chiedermi il mio certificato di nascita”. E Ryan (candidato vicepresidente scelto da Romney, ndr) ha invocato la sua ardente fede cattolica e il suo amore per le battute di caccia”.

La breve citazione contiene tutte le parole-codice che consentono di capire che cosa è accaduto in questa campagna elettorale e che cosa accadrà nella Convenzione repubblicana di Tampa. L’accusa a Obama di non essere americano e di avere alterato il certificato di nascita per candidarsi illegalmente, sollevata molto presto e mai abbandonata, da alcuni leader del Tea Party (la frangia estrema del Partito repubblicano), evoca in modo violento la vera anomalia che evidentemente circola ancora in settori arretrati della tribù americana: Obama non è bianco. Obama è afro-americano, “eppure” governa l’America. 

Ryan, da parte sua, ha aggiunto le altre due parole codice, Dio e le armi. Infatti, proclamarsi appassionato cacciatore (love of hunting) significa dare il segnale di libera circolazione delle armi automatiche e semi automatiche che, più o meno permesse nei vari Stati, circolano liberamente, con il pretesto della caccia, negli Stati Uniti, sotto la potente protezione della National Gun Association, una sorta di Confindustria delle armi personali, che è in grado di sostenere o di abbattere qualunque candidato al Congresso usando, pro o contro, pesantissimi interventi finanziari. In questo modo Ryan si fa riconoscere e tenta di mettere in imbarazzo chiunque invochi una limitazione delle armi in America, a cominciare dal presidente Obama.

Dio entra in campo, accanto alle armi, anzi nella stessa frase, come non era mai accaduto prima negli Usa. In questo senso Ryan rovescia il mondo civile e rispettoso di John Kennedy che sulla sua fede cattolica aveva detto: “È una mia questione personale che non potrà mai interferire con le leggi degli Stati Uniti, quelle esistenti e quelle da fare”.

Qui però il senso di codice della proclamazione di fede si fa più ricco e complesso e, allo stesso tempo, diventa un rude ma efficace gesto di propaganda. Dio è il Dio della potenza e delle armi che è sempre dalla nostra parte quando decidiamo di combattere secondo il nostro destino di grande potenza che deve eliminare per sempre la civile prudenza di Barack Obama. E in questo senso la caccia definisce il vero uomo americano, ben distinto e ben lontano dalla pretesa di dare spazio ad altri modi di vita e atri tipi di famiglie. Ma il Dio cattolico, interviene con tutta la sua vasta immagine a coprire e nascondere l’ignoto e sospetto Dio mormone di Romney. Ma il Dio cattolico di Ryan scende in campo per tuonare contro la discutibile religiosità di Barack Obama, che forse è di fede islamica (altro modo di screditare un presidente nero, fingendo però di non evocare mai la razza). E soprattutto, questo Dio cattolico, autorizzato dal Vaticano, ha la missione di trasformare la vasta sala della Convention di Tampa in una Cappella Sistina americana dal cui cielo condannerà la tolleranza di Obama per lecoppie di fatto, l’inaudita accettazione di un rapporto legale e uguale per i gay d’America e, soprattutto, il fatto che la sua riforma sanitaria finanzia anche la libertà delle donne di decidere sulla procreazione.

E qui il gioco tentato dai Repubblicani è uno straordinario atto di acrobazia politica: indurre, attraverso il messaggio religioso, masse di poveri a votare contro se stessi, contro le cure mediche gratuite che non hanno mai avuto e non avranno mai. Lo comanda, assieme a Romney e Ryan e alle grandi compagnie di assicurazione, la Chiesa cattolica. Per la prima volta sarà l’arcivescovo di New York Theodore Dolan, il più alto rappresentante della gerarchia cattolica in America, a benedire la Convention repubblicana, la sua ricchezza, le sue armi, la sua potenza, la sua proibizione di aiutare i poveri, la sua negazione della riforma sanitaria, il suo progetto di tagliare drasticamente le tasse ai ricchi. Il tentativo è di usare la formula tradizionale dei processi americani, cambiando il senso e le parole per la nuova minaccia: “Dio contro il popolo americano”.

Il Fatto Quotidiano, 29 agosto 2012