Qualcuno prospetta scenari orwelliani, qualcun altro dice che è bene così, che le esigenze di sicurezza lo richiedono. Polemiche, nel Regno Unito, per l’ultimo numero che ha spaventato commentatori e associazioni per le libertà civili. Un britannico su quattro è stato, in un qualche modo, schedato da una forza di polizia. La Metropolitan Police, il corpo della Londra metropolitana, possiede 14 milioni di cartelle, mentre le altre forze messe tutte assieme ne posseggono 38 milioni. In totale, 52 milioni di file su cittadini “non incriminati”, dati raccolti da perquisizioni per strada, denunce di reati comuni ma anche di violenza sessuale, dati di “persone importanti” – e quindi da tenere d’occhio – e di manifestanti e scioperanti.

Insomma, basta poco in Gran Bretagna per finire nel calderone del Pnd, il Police National Database. E la notizia è venuta fuori grazie a una legge impensabile in paesi come l’Italia, il Freedom of Information Act, secondo la quale quotidiani e televisioni, ma anche liberi cittadini, possono richiedere informazioni riservate ma legate alla sfera pubblica. Il database, che contiene anche 40mila immagini, è ora al centro delle critiche delle associazioni. Particolarmente polemico è Guy Herbert, segretario generale di NO2ID, un gruppo che si oppone alla schedatura dei britannici in qualsiasi modo, comprese le carte di identità, di cui ora il Regno Unito è privo ma che alcuni vorrebbero adottare. Intervistato dal Guardian, Herbert ha detto: “Questo enorme database delle forze di polizia ha un profondo impatto sulla privacy e sulle regole basilari della legge. L’intelligence, per definizione, è fatta di congetture, speculazioni e dubbi. E l’intelligence ha la capacità di criminalizzare gli innocenti e di influenzare la vita delle persone in tantissimi modi se queste persone diventano, per un qualche motivo, di “interesse” per la polizia”. Come a dire, se schedati, siamo tutti potenziali criminali. Ma la Metropolitan Police, con un comunicato, fa sapere: “Questo è solo un modo per velocizzare le indagini e per garantire la sicurezza collettiva”.

Peccato, replicano le associazioni, che troppa gente possa accedere a queste informazioni: almeno 40mila dipendenti della Metropolitan Police e oltre 12mila poliziotti di altre forze del paese. Ora, nel Regno Unito, alcune associazioni paragonano l’attuale situazione allo “scandalo delle schedature” svizzero. Il Fichenaffäre fu uno degli eventi più clamorosi della storia svizzera moderna. Nel 1989, infatti, si venne a sapere che le autorità federali e le forze di polizia cantonali avevano messo in piedi un imponente sistema di sorveglianza di massa della popolazione. Fu istituita una speciale commissione parlamentare per le indagini. Nel novembre 1989, la commissione stilò un rapporto all’interno del quale si leggeva che la Bundespolizei aveva collezionato più di 900mila dossier all’interno di archivi segreti. Con una popolazione di circa 6 milioni di abitanti, si stima che almeno un cittadino su 7 fosse stato messo sotto sorveglianza dal governo. Nel 2005, un sindacato accusato di aver bloccato il trasporto pubblico a Ginevra rimase sorpreso nel vedere che nel dossier che lo riguardava si trovavano tutti i suoi movimenti dal 1965 in poi, sebbene esso non fosse stato mai ufficialmente indagato in quegli anni. La corte richiese, quindi, l’intero dossier alla polizia e partì un processo andato avanti per anni e concluso con una mezza vittoria per il sindacato.

Più a sud, in Italia, è difficile dare dati certi. C’è chi ha parlato di cinque milioni di italiani schedati dai soli carabinieri, come Valerio Mattioli, ex militare dell’Arma, che sulla questione ha scritto libri e saggi, perdendo, appunto, il lavoro. In Italia il Sistema Di Indagine (Sdi) nasce da un progetto molto ambizioso di progettare un sistema interforze che permetta di avere a disposizione un’unica banca dati. Tutte le forze di polizia italiane possono accedere allo Sdi, ma non si hanno reali cifre relative alla mole di informazioni archiviate. Nel 2001 lo Sdi ha sostituito il vecchio Ced, utilizzato, come da protocollo, sia per la “tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica” sia per la “prevenzione e repressione dei reati”. Le banche dati italiane sono poi collegate a quelle europee, soprattutto nell’ambito dell’accordo di Schengen. In Italia si è discusso, in passato, della contraddizione fra esigenze di sicurezza e tutela della privacy, ma nel Belpaese manca un Freedom of Information Act. Con tutto quello che ne consegue.