L’accordo sulla nuova legge elettorale c’è o non c’è? Forse c’è, ma non si vede. E Antonio Di Pietro, lontano dalla linea di Abc (Alfano – Bersani – Casini), non usa mezzi termini per definire ciò che sarà: “Stanno preparando il superporcellum“. Il pasticciaccio brutto sull’esistenza della nuova legge bipartisan è diventato notizia ‘a causa’ di Enrico Letta. “Qualche incertezza ancora c’è, ma l’accordo sulla legge elettorale è a portata di mano (in un primo momento aveva detto addirittura che era “già fatto”)”: parola dell’esponente democratico in un’intervista al Sussidiario.net. Non l’avesse mai detto. Immediata la smentita di Maurizio Gasparri, secondo cui è tutto ancora in alto mare per via dei collegi (voluti dal Pd ma aborriti dagli ex An e dall’Udc, che chiedono invece il ritorno alle preferenze). Ma al di là degli “annunci intempestivi” di Letta che potrebbero “complicare le cose” (copyright di Fabrizio Cicchitto) il borsino della riforma ha quotazioni in rialzo e in molti scommettono che la riunione del comitato ristretto del 29 agosto al Senato sarà quella decisiva. La conferma è arrivata da Nicola Latorre del Partito democratico: “L’accordo non c’è ma ci si è incamminati sulla strada che porterà, speriamo, all’accordo sulla nuova legge elettorale. Ci sono questioni aperte in particolare sul premio di maggioranza – ha spiegato il senatore pugliese – Noi insistiamo sul meccanismo dei collegi e il Pdl su quello delle preferenze, ma su questo ci sono ampi margini di mediazione mentre il punto politico serio è che il ritorno al proporzionale secco, per noi sarebbe un errore”.

A complicare le cose c’è però un altra grana: quella del voto anticipato, tema strettamente intrecciato all’approvazione della nuova legge elettorale. In caso di intesa e di approvazione lampo della nuova legge, si potrebbe andare al voto alla fine di novembre. Bersani e Casini sarebbero d’accordo e il boccino è ora in mano a Berlusconi: è lui che deve far sapere se il voto a novembre lo interessa. Fino ad oggi indicato come il più strenuo difensore della scadenza naturale della legislatura, il Cavaliere, secondo alcuni, avrebbe cambiato idea, dando un sostanziale via libera, qualora il Quirinale decidesse in questo senso, al voto in autunno. Ad annunciare la svolta di Berlusconi è Il Foglio di Giuliano Ferrara che cita “una fonte importante del Pdl” secondo cui “oggi Berlusconi non ha più nulla in contrario ad andare a votare prima, anche entro la fine dell’anno”. Un’altra fonte conferma che l’ex premier si sta facendo tentare dal sì alle elezioni, nella convinzione di poter colmare il gap che divide il Pdl dal pd ripetendo l’impresa della rimonta su Prodi del 2006 (nove punti percentuali in pochi mesi) che lo portò a un sostanziale pareggio. Altri fedelissimi berlusconiani, però, sono più prudenti: Osvaldo Napoli, ad esempio, esclude che Berlusconi voglia davvero sfidare la sorte: lo frenerebbero i sondaggi che danno il pdl ancora parecchio indietro e la convinzione che Monti debba completare il suo lavoro arrivando al 2013.

Di sicuro resta il fatto che l’addio al ‘Porcellum‘ è la pre-condizione posta da Giorgio Napolitano per valutare questa l’opzione urne anticipate. Ma l’accordo di massima raggiunto tra gli sherpa dei tre partiti della ‘strana maggioranzà, Pd, Udc e Pdl, lascia più di uno insoddisfatto. L’intesa punta a un premio del 15% al primo partito (e non alla coalizione come chiedevano inizialmente i democratici). Per la scelta dei parlamentari, invece, si tornerebbe ai collegi uninominali e non alle preferenze, che sono volute dagli ex An e dall’Udc. In più ci sarebbe con una quota riservata a un listino bloccato.

La scelta di abbandonare le preferenze non piace appunto a Maurizio Gasparri, che parla di “logica barocca che vedrà sempre i partiti imporre le loro scelte”. Ma anche il segretario dei Lorenzo Cesa è critico. Pur confermando che “le condizioni” per arrivare a un accordo la prossima settimana ci sono, Cesa ribadisce che la posizione del partito non cambia: “Le preferenze restano lo strumento più affidabile per restituire ai cittadini la scelta di chi mandare in Parlamento”. Sul fronte del Pd, invece, c’è chi come Dario Ginefra punta il dito contro il listino bloccato, che trasformerebbe la riforma in un “porcellinum” e chi, come Giorgio Merlo ricorda che la parola finale spetta al Parlamento, mentre il resto è “gossip estivo”.

A tuonare a pieni polmoni contro la riforma è invece il leader dell’Idv. Per Antonio Di Pietro ce n’è abbastanza per gridare sul suo blog al “superporcellum”. “Sembra che si stia apparecchiando proprio una superporcata del genere, cioè una legge fatta apposta per evitare che dalle urne esca fuori un risultato chiaro: una coalizione maggioritaria che va a governare e una minoritaria che va a fare l’opposizione. Così si usa di solito, tranne nelle dittature. Ma ai signori della casta sembra troppo facile, troppo limpido e soprattutto troppo democratico”. Secondo il leader dell’Idv, “tra premi di maggioranza ai singoli partiti, ritorno al proporzionale, soglie di sbarramento e marchingegni studiati per lasciare alle segreterie il potere di scegliersi in un modo o nell’altro i parlamentari – accusa Di Pietro – la legge sulla quale i furbetti della maggioranza stanno lavorando ha due soli obiettivi: mettere ai margini le forze politiche scomode come l’Italia dei valori e creare ad arte una situazione che renda inevitabile continuare con il governo Monti e con la assurda maggioranza che lo sostiene”.