Il settore automobilistico sta andando male, molto male.

I dati parlano di un -21,4% del settore rispetto allo scorso luglio, registrando così l’ottavo segno negativo consecutivo. L’Anfia dice che siamo tornati ai livelli di vendite del 1978.

Secondo l’Economist, in Europa ci sono al momento 12 impianti produttivi di troppo che, presto o tardi, dovranno essere chiusi. La Fiat ha già annunciato che dovrà chiudere 5 stabilimenti IVECO entro l’anno, per un totale di 1.076 persone. La General Motors ha annunciato che chiuderà a breve uno o più stabilimenti in Europa e Peugeot dall’inizio dell’anno ha registrato perdite per circa un miliardo di euro.

Le cose stanno andando molto male e sembrano destinate a peggiorare: il Corriere.it ha lanciato un sondaggio con cui chiede se i lettori prevedono un miglioramento per il settore dell’automobile per il prossimo autunno. Per quanto il sondaggio non possa essere considerato statisticamente rilevante, la sproporzione tra gli ottimisti (7%) e i pessimisti (93%) lascia intendere molto bene che le aspettative per il futuro non sono rosee. La benzina che ha superato la soglia psicologica dei 2 euro al litro ne è un’ulteriore segnale.

Tutto questo, nonostante quella valanga di quattrini pubblici regalati al settore auto: per capirci, al di là di aiuti diretti e indiretti, sovvenzioni e aiutini, negli ultimi 10 anni, sui circa 83 miliardi di euro investiti dal Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), 60 miliardi sono stati indirizzati alla costruzione e mantenimento di strade e autostrade nella speranza di riuscire ad aumentare la domanda di nuove autovetture. Purtroppo le speranze sono state disattese e in queste settimane ne abbiamo avuto la dimostrazione: nonostante gli sforzi fatti (a spese dello stato), la Fiat si mantiene in vita solamente grazie ai risultati di Chrysler, la produzione viene lentamente ma inesorabilmente sottratta agli stabilimenti italiani per essere delocalizzata verso paesi in cui il costo del lavoro è più basso.

Posto in altri termini, siamo di fronte ad una bomba sociale ad orologeria che aspetta solamente di esplodere se non si prenderanno le misure necessarie per evitare che questo accada: il settore automobilistico solamente in Italia impiega circa 275 mila persone, considerando tutto l’indotto, 1.200.000 persone.

In mancanza di scelte precise in materia di politica industriale che parlino apertamente di riconversione, il copione è già scritto: presto Marchionne (o chi per lui) farà sapere che, poiché  i conti non tornano, a meno di una congrua iniezione di denari pubblici nelle casse della Fiat, il gruppo torinese dovrà a malincuore lasciare a casa decine di migliaia di operai. La nostra politica sarà quindi costretta a scegliere tra cedere al ricatto, cercando di rimandare l’inevitabile crollo del sistema industriale basato sull’automobile, oppure dare il via ad una successione di eventi che potrebbero seguire la falsa riga di quanto accade oggi a Taranto con la questione Ilva, solo su scala molto più ampia.

Abbiamo puntato tutto sull’automobile e adesso siamo rimasti invischiati, non solo nel traffico quotidiano delle nostre città che crea morti e inefficienze, non solo in un modello industriale che consuma più risorse di quanto ce ne siano realmente disponibili, ma anche e soprattutto in un pantano economico da cui non si intravede via d’uscita (nonostante le affermazioni del nostro presidente del consiglio) se non invertendo la rotta, lasciandoci alle spalle un dispendioso feticcio novecentesco a quattro ruote ed orientarci verso produzioni più efficienti, sostenibili e utili per la società.

Per cambiare rotta serve coraggiosa, gente che sia in grado almeno di pensarlo, il cambiamento. Quello che abbiamo a disposizione, invece, è la stessa classe dirigente che ci ha guidato sapientemente in mezzo a questa palude e che non ha intenzione di togliersi d’impiccio. Il sistema auto sta crollando. Speriamo almeno che le macerie finiscano per sotterrare coloro che ci hanno condotto fin qui.