Avevamo già parlato in queste pagine dei Dead Can Dance. La notizia della reunion era circolata all’inizio del 2012, in rapida successione i comunicati riportavano che oltre alla nuova fatica discografica (dopo sedici anni da Spiritchaser), la speranza di rivedere Brendan Perry e Lisa Gerrard in tour, si sarebbe presto tramutata in certezza.

Detto, fatto! Anastasis – resurrezione in greco – è uscito proprio in questi giorni mentre il tour mondiale è ufficialmente partito il 9 agosto da Vancouver, in Canada. Per vederli in Italia, bisognerà attendere l’autunno, più precisamente il 19 ottobre presso il Teatro degli Arcimboldi a Milano.

Non affrettatevi, se non avete comprato il biglietto a suo tempo, le speranze di vederli dal vivo sono pressoché nulle, la data è rigorosamente sold out, così come le altre lungo l’Europa. Consolatevi acquistando Anastasis: la resurrezione dei Dead Can Dance passa principalmente da questo disco, la vostra, invece, potrebbe avvenire ascoltandolo!

La band mette a fuoco la cifra stilistica che ne caratterizza da sempre il tratto, attingendo alla ricchezza infinitesimale di una parabola artistica che dopo “9 dischi 9”, sembra non essersi definitivamente compiuta. Le canzoni rievocano la grandeur dei tempi migliori e sono intrise di riferimenti mirati, volti a suscitare – ancora una volta – contrasti ineluttabili ad alto impatto emotivo. Così la felicità può divenire dolore (Amnesia), il sogno tramutarsi in realtà (Agape) mentre la luce mutare in oscurità (Return of the She-King).

I testi di Brendan sono lucidi e potenti (All Good in Time) e fanno il palo con quanto di meglio espresso dal gruppo (Children of the Sun). Le sonorità invece, evocano – a tratti – le forti connotazioni esoterico/arabeggianti del passato (Kiko): misticismo e sacralità si propagano mediante un vortice di suoni e canti ancestrali (Anabasis), rivelando senso di unità e progressione costante ai massimi termini (Opium).  Ad impreziosire il tutto, le voci dei due protagonisti, abili nel condurre l’ascoltatore nell’oblio distensivo e rassicurante di chiara matrice Dead Can Dance.

Che altro dire? Almeno due cose. Il disco è il frutto lavorativo di un artigiano del suono (Brendan Perry) dove nulla è lasciato al caso. Paradossalmente è questo il limite; voler a tutti costi perseguire la strada “in solitudine” (i due precedenti solo album del crooner ne sono una conferma) esclude l’arricchimento inequivocabile dovuto ad eventuali collaborazioni.

Immaginare il suono corposo dei Dead Can Dance affidato alle mani sapienti di un’orchestra anziché “all’usato sicuro” di tastiere anni 80, potrebbe favorire la ricerca alla quale il duo si espone, se non da un punto di vista etnografico, da quello sonoro certamente.

Lisa Gerrard nel disco non libera la voce, perché? Considerando le indubbie capacità, la cosa suona come l’occasione mancata per sentirla nuovamente “fare miracoli” (si pensi alle performance illuminate di Into the Labyrinth). Viene da pensare che l’album sia stato in primis concepito come opera terza di Brendan Perry e solo in un secondo momento riadattato alle connotazioni del gruppo d’origine.

I Dead Can Dance, a prescindere da quanto detto, ritornano proponendo semplicemente se stessi attraverso un disco compiuto e questo è confortante. Altri gruppi anni 80 dovrebbero “recuperarsi” rievocando le proprie radici piuttosto che propinare finte evoluzioni infarcite di atteggiamenti autoreferenziali che, ai giorni nostri, suonano inutili quanto patetici.

Qualche nome? La prossima volta o, se preferite, fateli voi.

Ci si vede il 19 ottobre a Milano.

 

9  CANZONI  9 … per risorgere

LATO A

Technology Won’t Save Us • Sophia

Your Hand in Mine • Explosions in the Sky

Hijomalind • Sigur Ros

Lift Your Skinny… • Godspeed You! Black Emperor

LATO B

The Feeling Begins • Peter Gabriel

Rakim • Dead Can Dance

Ascent • In the Nursery

Amelia • Cocteau Twins

It’ll End in Tears • This Mortal Coil