Trentadue fasce tricolori restituite da altrettanti primi cittadini al Prefetto per protestare contro la chiusura del Tribunale di Lucera. Quella andata in scena oggi è solo l’ultima delle manifestazioni organizzate nelle scorse due settimane in provincia di Foggia, nei paesi che ricadono sotto la giurisdizione del presidio lucerino, prossimo alla chiusura per volere della spending review del governo nonostante insista su un territorio caratterizzato dalla presenza di organizzazioni mafiose. Pochi giorni fa il Vescovo ha suonato le campane “a morto” al termine della festa patronale mentre già tremila cittadini hanno restituito le proprie tessere elettorali.

“Siamo pronti a dimetterci tutti – ha spiegato il sindaco di Lucera Pasquale Dotoli al fattoquotidiano.it – se non verremo ascoltati, anche a costo di mettere in crisi la Prefettura, che così facendo si troverebbe a dover nominare 32 commissari”. Il primo cittadino ha anche raccontato che il Prefetto si è impegnato ad organizzare un incontro con i ministri Cancellieri e Severino. “La mafia garganica – ha proseguito – è riconosciuta da tutti. Come si può combatterla se si chiude un presidio di legalità?”

La chiusura del palazzo di giustizia non convince il sindaco anche sotto il profilo finanziario. “Le competenze passeranno al tribunale di Foggia, che sarà l’unico presidio a servizio di un’area da 700mila abitanti. Non ci sono spazi idonei. Questa decisione avrà l’effetto contrario, visto che il Ministero dovrà spendere altri soldi per investire nell’edilizia”.

Il consiglio dei ministri, con il suo provvedimento, non ha rispettato il parere, comunque non vincolante, delle Commissioni Giustizia delle Camere. Organi che avevano chiesto di salvare dalla chiusura, oltre alle strutture di Caltagirone, Sciacca, Castrovillari, Lamezia, Paola e Cassino (in effetti salvate dal ministro Severino), anche gli uffici della cittadina foggiana. “Soprattutto per garantire – si legge nel parere – un’adeguata risposta alla criminalità organizzata”.

Non è un mistero il fatto che anche la zona a nord della Puglia sia interessata dalla presenza delle associazioni mafiose, e nello stesso parere delle commissioni è citata una nota nella quale “risulta che il Procuratore della Repubblica di Lucera ha segnalato al procuratore generale di Bari l’impatto eccezionale sul territorio di Lucera della mafia di san Nicandro Garganico, con chiari collegamenti con la mafia foggiana”.

Ma la difficile situazione dell’area garganica emerge anche dalla relazione antimafia, redatta dal Ministero dell’Interno per il secondo semestre 2011. Nel documento si legge che la zona è “ad alto rischio” in quanto le organizzazioni criminali, nonostante le catture di latitanti apicali e le numerose operazioni di polizia, si muovono ancora “su profili di elevata violenza militare” e proprio a Lucera “preoccupano le dinamiche conflittuali manifestatesi tra giovani leve criminali”.

Il provvedimento del Governo, quindi, è stato definito contraddittorio. Nel comunicato diffuso da Palazzo Chigi al termine della seduta, la Severino affermava di aver valorizzato, nella scelta dei sei tribunali da stralciare dalla prima bozza dello schema, la necessità di “mantenere presidi giudiziari nei territori caratterizzati da una significativa presenza della criminalità organizzata, dopo aver letto con grande attenzione i pareri del Csm e delle Commissioni parlamentari”. Motivo per cui, qualcuno ha avanzato l’ipotesi che si sia trattato di un errore tecnico.

Anche Antonio Laudati, procuratore di Bari, ha espresso negli ultimi giorni il suo disappunto per la scelta del Governo. Ma contemporaneamente è stato lui stesso al centro delle polemiche. In una dichiarazione rilasciata al Corriere del Mezzogiorno, il procuratore di Lucera Domenico Seccia ha ricordato una relazione inviata da Laudati agli uffici del Ministero della Giustizia. A quanto pare, proprio quella relazione non rappresentava una situazione particolarmente critica e per questo sarebbe alla base della decisione del Governo. Secondo Seccia, quanto riportato dal documento non era sufficiente e andava integrato.