E’ finito nel sangue come era iniziato, il mese sacro di Ramadan, in Siria. Ed è finito con la prima apparizione pubblica del presidente Bashar Assad dopo molte settimane. La tv di stato ha mostrato il presidente in prima fila nelle preghiere per la celebrazione del primo giorno di Eid al-Fitr, la festa che chiude il Ramadan, nella moschea di Rihab al-Hamad, a Damasco. Di solito, la fine del mese di digiuno dall’alba al tramonto e di preghiera, veniva celebrata nella Grande Moschea al-Amawi, la moschea dell’epoca Omayyade che è uno dei luoghi più belli e suggestivi di Damasco, con la tomba del Saladino. L’ultima volta che Assad era apparso in pubblico era stato lo scorso 4 luglio, in occasione di un discorso al parlamento.

La scelta della moschea Rihab al-Hamad, secondo i commentatori di Al Arabiya, potrebbe essere stata dettata dal fatto che questa moschea è molto più vicina al palazzo presidenziale e non è immersa nelle stradine del centro storico, dove forse garantire la sicurezza del presidente sarebbe potuto essere più difficile. In ogni caso, l’apparizione pubblica di Assad è un segnale di sicurezza e di “normalità”, per il suo entourage e per quanti in Siria non hanno ancora scelto da che parte schierarsi.

Nelle immagini trasmesse dalla tv, si è notata un’assenza nell’entourage presidenziale, quella del vice presidente Farouk al-Shaara, la cui sorte, negli ultimi giorni è stata oggetto di speculazioni. Secondo alcuni esponenti delle opposizioni, il vice di Assad avrebbe disertato, ma il suo ufficio ha diffuso una nota in cui si smentisce categoricamente che sia così e si afferma che il vicepresidente è al suo posto a lavorare regolarmente. L’assenza dalla preghiera dell’Eid sarebbe quindi una misura di sicurezza per evitare che presidente e vice siano nello stesso momento nello stesso posto. Nonostante questo segnale, però, in diverse zone del paese ci sono stati duri combattimenti: a Rastan ci sono stati, secondo al Jazeera, duri bombardamenti con l’artiglieria, e scontri sono avvenuti a Deir Ezzor e nella cittadina di Maaret al-Numan, nella provincia di Idlib, nel nord del paese.

Ad Aleppo, intanto, gli scontri tra l’esercito regolare e i combattenti del Free Syria Army si sono spostati nei quartieri di Saif al-Dawla e Izaa, oltre che nei dintorni dell’aeroporto, conteso tra i miliziani del Fsa e le truppe regolari. Secondo il bollettino dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, in tutto il paese complessivamente sabato sarebbero state uccise 137 persone: 63 civili, 43 soldati dell’esercito regolare e 31 ribelli. E mentre è attesa per oggi, domenica, la partenza da Damasco dell’ultimo centinaio di osservatori Onu, il Consiglio nazionale siriano ha reagito molto male alle prime dichiarazioni del nuovo inviato speciale Lakhdar Brahimi che sabato aveva detto in diverse interviste alla Bbc e alla Reuters di non essere affatto sicuro che sia il momento di chiedere l’uscita di scena di Assad. Secondo il Cns, dichiarazioni di questo tipo non farebbero altro che incoraggiare il regime a continuare con la repressione e con l’uso della forza.

L’attività diplomatica vera e propria del nuovo inviato speciale di Onu e Lega Araba dovrebbe iniziare nei prossimi giorni, al termine delle festività dell’Eid al-Fitr. Intanto, la stampa britannica (Sunday Times) e quella tedesca (Bild am Sonntag) hanno pubblicato dettagli del coinvolgimento delle intelligence dei due paesi nel sostegno ai ribelli del Fsa. Secondo il Times, Londra fornirebbe, via Turchia e Usa, ai miliziani anti-Assad notizie di intelligence sui movimenti dell’esercito regolare “controllato” dalle basi britanniche a Cipro, quella di Akrotiri e quella di Dhekelia, le più vicine al territorio siriano. L’intelligence tedesca, per lo stesso obiettivo, invece, userebbe una nave al largo delle coste siriane e alcuni agenti in Turchia. Non è una novità il coinvolgimento britannico, che alcune settimane fa era stato ammesso pubblicamente anche dal premier David Cameron, mentre non si sapeva ancora nulla di ufficiale (o quasi) sul ruolo della Germania. La scelta di tempo per queste notizie, comunque, potrebbe non essere casuale: è un modo per far sapere anche al governo siriano che l’appoggio ai ribelli non si limita a un po’ di armi che arrivano attraverso la Turchia o ai fondi sauditi e qatarioti, ma comprende anche un aiuto “non letale” – come ha detto Cameron – ma non meno indispensabile per contrastare l’esercito di Assad.

di Joseph Zarlingo