All’Ilva di Taranto è il giorno dello scontro totale fra magistrati e azienda. Dopo la decisione del gip, Patrizia Todisco, di revocare la nomina del presidente Ilva, Bruno Ferrante, a curatore dello stabilimento per supposto “conflitto d’interesse” (visto che aveva rilasciato dichiarazioni alla stampa sulla sua ferma volontà di fare ricorso contro la decisione dei giudici di imporre il risanamento all’azienda), ieri il governo ha risposto con un colpo di coda annunciando l’invio dei ministri dello Sviluppo Corrado Passera e dell’Ambiente Corrado Clini per un sopralluogo. Intanto, la Guardasigilli, Paola Severino, ha annunciato la decisione di chiedere l’invio degli atti dell’inchiesta e l’acquisizione dei provvedimenti. Il tutto, mentre l’altro giorno sia Bersani che Alfano avevano telefonato preoccupati a Monti chiedendo un intervento contro una decisione della magistratura che condannava, senza margini, l’acciaieria alla chiusura senza appello. E, in ultimo, oggi l’annuncio del sottosegretario alla Presidenza, Antonio Catricalà, che ha dichiarato come possibile un ricorso del governo alla Consulta perché la magistratura avrebbe “leso” la libertà d’impresa dello Stato, impedendo di fatto l’esercizio della politica industriale.

Insomma, in un crescendo rossiniano, la questione dell’Ilva sta precipitando verso uno scontro che non è più solo quello tra operai, imprenditore e magistratura, ma tra poteri dello Stato. “Sono stato messo alla porta – ha dichiarato Ferrante – ma non c’è una sentenza. Non si uccide così un’azienda mandando a casa migliaia di lavoratori”. E, di seguito, il ministro Passera: “La contrapposizione non serve. Ma è giusto fare chiarezza sulla base degli atti per valutare tecnicamente come superare questa situazione di impasse. Da queste vicende si esce solo con senso di responsabilità e forte collaborazione”. Che, allo stato, pare proprio non esserci.

La magistrata che ha preso la decisione sulla chiusura, Patrizia Todisco, è una donna tutta d’un pezzo che difficilmente si farà piegare dalle evidenti intimidazioni che sta ricevendo, in queste ore, sia dal governo che dalle forze politiche della maggioranza. C’è l’esigenza di non chiudere lo stabilimento perché sarebbe un disastro sul fronte occupazionale e condannerebbe Taranto al fallimento industriale e sociale, ma se si è arrivati a questo punto è stato solo perché la persona che era stata deputata ad accompagnare il percorso di risanamento, ha invece annunciato ufficialmente di voler ricorrere contro la decisione dei magistrati. Un atto che prima che imprudente è stato la causa dell’ovvia reazione di un giudice che si è sentita presa in giro e che, di conseguenza, ha reagito con durezza.

Adesso siamo davanti all’ennesimo conflitto tra poteri dello Stato. Con un governo che dice di stare sempre dalla parte della magistratura, ma che in quest’occasione (che non è l’unica), sta mettendo in atto una vera e propria azione intimidatoria di accerchiamento: prima l’invio dei ministri, poi la richiesta di acquisizione delle carte da parte della Severino, in ultimo il ricorso possibile alla Consulta. Un po’ come faceva Berlusconi quando si rivolgeva sempre all’Alta Corte, seppur per questioni ridicole che lo riguardavano direttamente (bunga bunga e supposte figlie di Mubarak) ma fatta la debita tara, il percorso non si scosta di molto da quello di allora dell’ex premier. 

Insomma, la polveriera Taranto rischia di diventare il terreno su cui il governo tecnico – e in particolare il ministro Passera – sarà chiamato a breve a dare prova di saper prendere decisioni politiche forti sul futuro della politica industriale non solo dell’Ilva, ma dell’intero Paese. A Taranto si gioca una partita che è solo uno spicchio di quella, più pesante e più dura, che si giocherà in autunno un po’ in tutta l’industria italiana. Come ha riconosciuto, solo qualche settimana fa, lo stesso ministro del Lavoro Fornero, l’autunno “sarà duro”. I tavoli di crisi sono tanti, altri probabilmente si apriranno. Ed è più che prevedibile che la parola d’ordine sarà una sola: ammortizzatori sociali. Ma il cambiamento è ormai improcrastinabile, per attrarre investimenti e, soprattutto, per salvare quel che resta dell’industria italiana. A partire proprio dall’Ilva, con ragionevolezza e senso di responsabilità. Anche nei confronti di una magistratura che fa il suo mestiere, mentre altri sembrano incapaci di farlo.