L’Ilva di Taranto ha prodotto per anni polveri inquinanti in quantità mostruosa: 668 tonnellate all’anno. Lavoratori e cittadini le hanno respirate e sono morti: le cifre relative ai decessi parlano di alcune migliaia di vittime. I primi processi a Ilva risalgono al 1982. Ci sono state condanne e le cose sono cambiate: in peggio. Nessuno finiva in prigione, i processi penali erano solo una formalità; e Ilva ha continuato ad ammazzare la gente. Adesso si è arrivati a contestare reati puniti con pene gravissime: disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di misure antinfortunistiche, sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico. Se tutto va bene (il processo penale resta un percorso disseminato di ostacoli costruiti apposta per non farlo funzionare), parecchia gente importante finirà in prigione (soprattutto dopo il precedente Thyssen, quando la morte di 7 operai fu considerata omicidio doloso).

Per associazioni industriali, politica e sindacati tutto questo ha poca importanza. Straparlano, mentono e attaccano la magistratura, colpevole di attentato all’economia della nazione e al diritto al lavoro dei dipendenti Ilva. Federacciai accusa la magistratura tarantina di mettere in pericolo “la reale possibilità per interi settori dell’industria di base di rimanere a operare sul suolo patrio”. Ilva ammazza la gente, ma questo non è sufficiente per buttarla fuori da detto suolo. Poi si rende conto che sta dicendo una cazzata e corre ai ripari. Mentendo: “Se un impianto in regola con le norme ecologiche, nel mezzo di un percorso di adeguamento alle nuove migliori tecnologie per la tutela della salute e dell’ambiente può essere chiuso dal provvedimento di un magistrato sulla base di opinabili correlazioni tra esistenza dell’impianto industriale e salute all’intorno, non vi è più alcuna certezza del diritto”. La Procura di Taranto ha proceduto con incidente probatorio; cioè ha chiesto al giudice di disporre una perizia alla quale potevano partecipareiconsulentidelladifesa.Ma né i consulenti né gli avvocati hanno prodotto uno straccio di memoria, di consulenza alternativa, di istanze per accertamenti eventualmente trascurati; insomma Il-va non ha contestato nulla di quanto i periti hanno accertato. E adesso Federacciai straparla di stabilimento “in regola con le norme ecologiche” e di “opinabili correlazioni” con la salute pubblica. E perché non gliel’hanno detto prima alla procura, nei 2 anni durante i quali i periti hanno proceduto agli accertamenti, che tutto era a posto? Non lo sa Federacciai che sono stati documentati da telecamere fisse ben 200 sversamenti di polveri in soli 40 giorni? E ha il coraggio di sostenere che esiste un “percorso di adeguamento alle nuove tecnologie…”? Che i “padroni” se ne infischino di 11000 morti può non stupire. Ma che la politica lanci avvertimenti minacciosi (alla magistratura, non a Ilva) fa parte di quelle cose a cui, anche se viste tante volte, si fa fatica ad abituarsi. Il ministro dell’Ambiente Clini dice che al momento non c’è un possibile conflitto di competenze con la magistratura, “ma potrebbe determinarsi qualora si attuasse la convinzione che il risanamento di Ilva arrivasse per via giudiziaria”. Cioè: se il sequestro di Ilva continua fino a quando non smette di ammazzare la gente, può nascere un conflitto. Perché Clini è convinto che “Ilva possa continuare a produrre acciaio e rapidamente allinearsi agli standard e le indicazioni della Ue in 4 anni”. E di quello che succederà alla gente in questi 4 anni? Clini non se ne preoccupa, ma la procura deve farlo per forza perché l’art. 321 (il sequestro preventivo, quello che è stato attuato) dice che si devono sequestrare le cose (in questo caso Ilva) la cui libera disponibilità può aggravare o protrarre le conseguenze del reato.

Quindi il conflitto ci sarà: perché Clini vuole che la produzione sia ripresa subito purché si inizi il risanamento; ma finché il risanamento non sarà completato Ilva continuerà ad ammazzare e il sequestro non potrà essere revocato. Dei sindacati non parliamone. È tutto un fiorire di frasi prive di significato, anzi di una sola variamente declinata: “Bisogna coniugare il diritto alla salute con il diritto al lavoro”. Che è una vera stupidaggine . Se intendono dire che il lavoro si deve svolgere in condizioni di rigorosa tutela della salute, allora Ilva non può essere dissequestrata fino a quando non sarà risanata. E se vogliono dire che i lavoratori devono poter lavorare anche in condizioni precarie per la salute, ma rassicurandoli che tra 4 anni tutto sarà a posto, allora è una criminale cazzata. Nel frattempo, perché non ci siano dubbi sulle loro intenzioni, Camusso, Bonanni e Angeletti spiegano che “Cgil, Cisl e Uil sono a fianco di tutti i lavoratori coinvolti in quanto il diritto al lavoro, pur nel rispetto delle prerogative della magistratura, non può essere messo in discussione” e che “nelle assemblee convocate dalle organizzazioni sindacali saranno attivate tutte le iniziative utili al sostegno della vertenza con lo scopo di difendere e tutelare il lavoro”. Cioè scioperi e blocchi stradali contro la “decisione fortemente invasiva della magistratura” (Ghini, segretario nazionale della Uilm). Chissà cosa avrebbero detto Camusso e compagni se qualche “invasivo” giudice avesse sequestrato nel 1900 una miniera di zolfo in Sicilia, perché non gli pareva giusto far strisciare i carusi a centinaia di metri di profondità dentro cunicoli alti meno di un metro. Gli avessero promesso di ampliarli fino a 2 metri entro 4 anni, avrebbero chiesto il dissequestro per tutelare il diritto al lavoro di quei bambini?

Il Fatto Quotidiano, 7 agosto 2012