Ho compiuto 83 anni. Non sono per niente stanca. In questo periodo si lavora poco in teatro. Qualcosa devo pur fare. M’è venuta voglia di fissare avvenimenti lontani che hanno avuto importanza estrema nella mia vita. Ecco, lascio che il cervello spinga le dita a battere sulla tastiera del mio adorato computer, senza interferire. Facciano loro. Sto preparando per la Einaudi 18 nostre commedie inedite. E’ una bella lavorata che faccio con ardore. Tutta la mattina per loro. Poi me ne vado al mare e a giocare a burraco.

Sono nata figlia d’arte: famiglia di attori. I capostipite dei Rame risalgono alla fine del ’600, nel pieno fiorire della Commedia dell’Arte. Quando sono venuta al mondo il gruppo era formato da due famiglie: la mia e quella dello zio Tommaso. Sette femmine e tre maschi. Mio padre era il capocomico ma chi decideva sulle questioni fondamentali era mia madre Emilia. Questo suo ruolo si distingueva dal mazzo di chiavi che le pendeva dalla cintura. In casa teniamo ancora una grande sua foto degli anni ’20: una donna alta, slanciata, volto aristocratico issato su un lungo collo, cappelli ampi di gusto francese, abiti che si confezionava da sé e le conferivano un’eleganza straordinaria.

Io ero l’ultima nata della covata teatrale straricca di femmine, per cui si era costretti a scritturare attori maschi per ricreare un equilibrio scenico. Ma gli attori che entravano nella nostra compagnia avevano grande difficoltà ad adeguarsi al nostro modo di far teatro. Noi si recitava a soggetto, improvvisando. Non c’è personaggio che, a secondo dell’età, non abbia interpretato: neonati (8 giorni in braccio a mamma ne La Genoveffa di Brabante), bambini o bambine, ragazzini, signorine, giovanotti, suore, prostitute. Si applicava il modulo dell’antico “teatro all’italiana”, di cui sono una delle ultime superstiti: l’ultima dei Mohicani.

Sì, sono un reperto storico! Un reperto che ha sviluppato il proprio ritmo strutturale in modo del tutto anomalo e scombinato. La mia crescita da ragazzina, voglio dire lo sviluppo, è stato un disastro. Mia mamma diceva che venivo su come i puledri, a tratti: prima mi si sono allungate a dismisura le gambe, ma il tronco è rimasto fermo, poi mi si è allungato il tronco e mi si sono allargati i fianchi… il collo lungo, tra le spalle strette. Mio Dio! Sembravo un fiasco di Chianti! Ero disperata perché non avevo seni. “Mamma, perché non ho i seni?”. E lei: “Eh, perché, come dire, insomma, la natura certe volte, cioè, ecco, però stai tranquilla: alla fine tutto si equilibra. Almeno spero! Prega santa Rita da Cascia che è la santa degli impossibili!”. Io ho pregato non sapete quanto, evidentemente non abbastanza , e mi è spuntato un seno, uno solo, ma bello, una bella pera Williams. Di qua niente! La mamma mi metteva il reggiseno e mi imbottiva con i fazzoletti la parte mancante. Quelle due sporgenze sul petto mi facevano sentire proprio quasi una donna! Ero anche meno imbarazzata coi corteggiamenti dei maschi, che spesso prendevano coraggio. Uno di quei moscardini arrivò a mettermi una mano sul seno: gli arrivò un “lava-denti” da ko. “Cretino, come ti permetti”. Non ero arrabbiata tanto per il gesto, quanto perchè aveva toccato il seno sbagliato: quello di pezza!

Finalmente mi è spuntato anche il mancante: rotondo! “Mamma, perché ho una pera Williams e una mela regina?”. E lei: “Avere i seni tutt’e due quasi identici è mancanza di originalità, indole banale”. “Ah sì?”. “Lo dice anche una canzone: ’La mia morosa è di Villafranca, c’ha una tettina nera e un’altra bianca, un pirolino a punta e l’altro tondo, la mia morosa è bella un finimondo’”. “Allora brindiamo!”.

A 20 anni arrivai a Milano. Eravamo nell’immediato dopoguerra e in quel clima mi prese una gran voglia di sapere. Ma la lezione più importante l’ho ricevuta nei caffè di Brera: Giamaica, Pirovini, dove ho incontrato giornalisti e scrittori famosi e anche ragazze, giornaliste, pittori e registi che non parlavano solo di quadri e di messe in scena, ma anche di fatti legati al quotidiano e alla politica. Fra i miei nuovi amici c’era un giovane, Giuseppe Trevisani, che traduceva per Einaudi testi di grandi scrittori inglesi e americani. Mi ricordo di aver letto in bozze Nuova York di Dos Passos (poi riproposto con il titolo originale, Manhattan Transfer) e Uomini e topi di Steinbeck. La cosa incredibile è che questi amici erano a loro volta legati come fratelli a Dario, fra loro c’erano anche Alik Cavaliere, Bobo Piccoli, Enrico Baj, Bianciardi: lavoravano insieme, si incontravano per discutere, fare progetti, e io non ho mai avuto l’occasione di incontrare Dario con loro. Come nelle pochade e nei vaudeville, con i personaggi che entrano ed escono da porte diverse e i due che si dovrebbero incrociare non si azzeccano mai. Era destino che io e Dario ci si incontrasse in teatro, nel 1951.

Sona a Milano e mi trovo a recitare al Colosseo nella compagnia “Sorelle Nava e Franco Parenti”, ambiente vivace ma tradizionale, così lontano da quello in cui avevo vissuto fino ad allora. Alterno momenti neri a buone scritture nelle compagnie di varietà più famose. Transitano gli adulatori stucchevoli che mi fan la corte, invitandomi a cena con speranza di prosieguo in un letto, dai quali scantono dribblando come un attaccante di football. Vedo anche i compagni di lavoro, pieni di spocchia o civili e garbati; tra questi c’è Dario: ma che ci fa qui con noi ‘sto lungone dinoccolato e sorridente dall’aria dolce-dolce? So che ha piantato il Politecnico e perfino un lavoro sicuro per fare il commediante. Lo intravedo ogni tanto, se ne sta spesso in disparte, quasi a evitare le smancerie e i discorsi così poveri di intelligenza. Questa era la dote che apprezzavo maggiormente in lui, la riservatezza. Non alzava la voce, non scoppiava in finte risate sguaiate, non si specchiava nei posacenere come i “bellocci” della compagnia: un marziano.

Sono stata io a invitarlo dopo le prove a mangiare qualcosa in una trattoria, la prima volta. Dario sembrava non accettare volentieri l’invito. Poi, giacché io insistevo, mi svelò la ragione della reticenza: “Non ho un soldo, per liberarmi dal lavoro e venire alle prove ho dovuto licenziarmi dallo studio di architettura”. E io, allegra: “Mi fa piacere, adoro nutrire randagi, gatti abbandonati e disoccupati affamati”. Andammo in una trattoria lì all’angolo e ordinammo due porzioni di salame, pane e una birra. Poi ci accompagnammo l’un l’altra a casa. Tram non ce n’erano più, ci avviammo a piedi. Ci raccontavamo delle nostre vite, lui del suo lago, il Maggiore, e dell’Accademia; io della compagnia di papà. Ci scoprimmo a ridere come ragazzini alle reciproche ironie. Lo trovavo spassoso, quello spirlungo strabordante racconti assurdi e festosi. Una sua frase mi sorprese: “Spesso parlo con qualcuno e mi sento a disagio, le cose che mi sembrano intelligenti e spiritose che dico non vengono raccolte, e mi convinco di non possedere fantasia né spirito. Invece ora sento apprezzare le mie immagini, e ne ricevo altre da te, che mi incoraggiano a lasciarmi andare nel fantastico”.

Stop! Eravamo arrivati sotto casa mia, anzi di mia sorella col marito Carlo Mezzadri, il capocomico. Ci salutiamo, un timido sbaciucchio, poi io prendo coraggio: “Senti, non ho sonno: ti accompagno verso casa tua per un pezzo. Dove abiti?”. “Vicino a San Vittore. Ho affittato una cella”. Rido e lo prendo sottobraccio. Attraversiamo parco Sempione. È una notte chiara, gli alberi proiettano lunghe ombre. Nessuno spazio che ci permetta di appartarci un poco. Ci blocca un solco profondo attraversa l’intero giardino; dal fosso spuntano canne e arbusti acquatici, ma acqua non ce n’è. Più avanti c’è un ponticello, scendiamo e ci sdraiamo nell’ombra prodotta dal ponte. Ci abbracciamo.

“È una fortuna aver scoperto questo rifugio”. E lui: “Speriamo che non aprano le chiuse e l’acqua non ci inondi”. “No, è un periodo di siccità: non sprecherebbero mai tanta acqua per farci uno scherzo del genere!”. C’è un gran silenzio, torniamo ad abbracciarci felici. Di colpo un fruscio sale gorgogliando. “Oh mio dio, hanno mollato la chiusa!”. “Presto, usciamo!”. Ma non facciamo in tempo, ci arriva addosso una cascata. Ci appendiamo ai rami di un salice e riusciamo a guadagnare la riva. Siamo madidi d’acqua. Ci guardiamo e spruzzandoci l’un l’altra del nostro sguazzo scoppiamo in una gran risata.