La luce in fondo al tunnel sarà anche in vista, come va dicendo in questi giorni il premier Mario Monti, ma i big del credito italiano sono in frenata. Numeri alla mano, infatti, sia Unicredit che Intesa hanno registrato consistenti cali degli utili nel secondo trimestre. In particolare la banca guidata da Enrico Cucchiani tra aprile e giugno ha quasi dimezzato i profitti rispetto al primo trimestre a 470 milioni di euro (-41,5% sui tre mesi precedenti e -36,6% sul secondo trimestre 2011) e il semestre si è chiuso in calo del 9,1% a 1,27 miliardi. Peggio ancora è andata a Unicredit, che nel secondo trimestre ha registrato una frenata dei profitti del 66,9% a 169 milioni di euro. Un calo che si evidenzia anche nel semestre (-18% a 1,1 miliardi di euro) e che non ha lasciato elementi all’ad Federico Ghizzoni per promettere un dividendo ai soci (“se ci sono le condizioni, lo faremo senz’altro”, si è limitato a dire).

Del resto le perdite sui crediti sono salite nel trimestre a 1,9 miliardi (+62,2% anno su anno, +36,6% trimestre su trimestre) erodendo una buona redditività. Ed è soprattutto l’Italia, dove la crisi sta picchiando duro, a soffrire con circa la metà dei crediti deteriorati, cioè prestiti che hanno un’oggettiva evidenza di possibile perdita di valore. Come quelli nei confronti del gruppo Ligresti o del Risanamento già di Luigi Zunino. Tanto che a fine giugno questa categoria di prestiti a livello di gruppo è arrivata a 77,7 miliardi (+3,2% trimestre su trimestre). In crescita anche le sofferenze (44,8 miliardi, +3,8%), cioè i crediti la cui riscossione non è certa, mentre le altre categorie di prestiti problematici sono aumentate del 2,5% a 32,9 miliardi sul marzo 2012.

Il complesso dei crediti deteriorati di Intesa, che tra i grandi debitori annovera Romain Zaleski, il finanziere vicino al presidente del consiglio di sorveglianza della banca, Giovanni Bazoli, ammonta invece 26,102 miliardi, in aumento del 15% rispetto alla fine del 2011. La banca, che si è presentata alla prova dei conti con un notevole rafforzamento dei coefficienti patrimoniali, punta quindi a chiudere l’anno con una redditività operativa in pareggio confidando sui tagli in corso e sul “costante monitoraggio della qualità del credito”.

Un andamento, del resto, in linea con la fotografia del settore scattata pochi giorni fa dallo studio annuale di R&S Mediobanca sulle maggiori realtà quotate italiane, secondo il quale lo stock dei crediti deteriorati netti delle cinque grandi banche del Paese ha sfondato a fine marzo quota 100 miliardi di euro, il 7,9% in più rispetto a fine 2011 e il triplo in più rispetto al 2007. Lo studio evidenziava inoltre un incremento dei derivati custoditi in pancia alle banche del Paese, con una consistenza che nell’ultimo anno è passata dal 7,1% al 9,3% dell’attivo degli istituti, per un totale a fine 2011 di 193,3 miliardi di euro. Il primato dell’esposizione è andato a Unicredit con il 12,7% dell’attivo, seguita a stretto giro da Intesa Sanpaolo all’8,1 per cento.

Una situazione che, nonostante le rassicuranti dichiarazioni rilasciate ieri dagli amministratori delegati delle due banche, non fa ben sperare famiglie e imprese da diversi mesi in attesa di poter beneficiare dei massicci aiuti ricevuti dagli istituti di credito. Come le inondazioni di liquidità arrivate dalla Bce tra dicembre e marzo, dalle quali le banche italiane hanno complessivamente attinto oltre 255 miliardi di euro a tassi stracciatissimi dell’1 per cento. Per non parlare del sostegno governativo via garanzie sul debito e le rivisitazioni dei Tremonti bond a misura di Monte dei Paschi di Siena.

Eppure alla base è arrivato ben poco. E, come conferma il bollettino mensile pubblicato dall’Abi, la confindustria delle banche, la frenata dei prestiti concessi a imprese e famiglie continua: a fine maggio, recita il documento, la dinamica dei finanziamenti destinati ad aziende non finanziarie è risultata in calo dell’1,2% contro il +0,6% di aprile e il +5,4% dell’anno prima. In decelerazione anche la dinamica tendenziale del totale prestiti alle famiglie che a maggio sono saliti solo dell’1,3% contro il +1,6% di aprile e il +7,9% di maggio 2011.