Sali fino in cima tenendo gli occhi chiusi, e ti ritrovi in Svizzera. Quassù l’inverno nevica, ma è Israele. L’Anan Cafe è uno chalet in pietra viva, legno e tegole rosse e dentro servono bevande ghiacciate: anche se si arriva in pullman e fa meno caldo che in pianura, l’aria asciutta ti secca la gola, ti prosciuga. Prima di entrare, un signore americano posa sorridente accanto ad un segnale che indica la strada per Damasco, 65 km direzione nord-est. Ne arrivano a dozzine, ogni giorno, al collo hanno binocoli e fotocamere, stranieri ma anche israeliani. Sono i turisti della guerra.

Siedono ai tavolini, scrive l’Associated Press, e mentre sorseggiano un espresso all’italiana o una birra ghiacciata guardano la vallata sperando di scorgere il baluginio di un’esplosione: come nella guerra dello Yom Kippur, la vetta del Bental è uno straordinario punto di osservazione e il confine è a un tiro di schioppo. Quassù il conflitto civile in Siria è a portata di macchina fotografica. Monte Bental, 1.165 metri sul livello del mare, alture del Golan. “Siamo venute fin qui per vedere il confine siriano, ci hanno detto che da quassù ci si riesce”. Natasha Haugsted è di Copenhagen, gira in autostop con un’amica questa fetta di Israele che secondo l’Onu Israele non è. Strappato con la forza alla Siria nel 1967 con la Guerra dei Sei giorni, Tel Aviv decise una volta per tutte che questo fazzoletto di altipiani era suo nel 1981, quando approvò la Legge delle Alture del Golan, mai riconosciuta dalle Nazioni Unite. I primi ad arrivare nel ’67 furono i pionieri: fondarono il kibbutz Merom Golan, che gestisce il caffè. Il confine è tranquillo dal 1974 grazie ad una sottile striscia di terra demilitarizzata controllata dall’Onu, ma tre colpi di mortaio caduti in territorio israeliano lunedì scorso hanno fatto scattare l’allarme.

Meir Elakry ha al collo un binocolo. Si confonde tra di loro, ma non è un turista. Ex soldato, vive a 15 km dal confine e sul monte Bental ci è salito per tentare di capire cos’ha in mente Bashar al-Assad: ha paura che il regime siriano decida di rivolgere le armi anche contro Israele. “Voglio sapere se la mia casa è in pericolo – racconta – non penso che Assad se ne starà buono mentre perde il potere”. Anche il governo di Tel Aviv ha paura: ieri ha annunciato la costruzione di un muro simile a quello che divide in due Gerusalemme nei pressi del villaggio di Jbatha Al-khashabv (45 km da Damasco) per frenare il flusso dei profughi siriani che scappano dalla guerra. E dato poi che lunedì Damasco aveva annunciato di voler usare le armi chimiche in caso di attacco straniero, Israele teme anche che gruppi di insorti, tra cui membri di Hezbollah, possano avere accesso a quelle armi e lanciare un attacco proprio di qui, sulle alture del Golan.

Monte Bental il sangue l’ha visto scorrere a fiumi. Ora al posto delle migliaia di tank che nel 1973 diedero vita ad una delle più grandi battaglie di carri armati della storia ci sono gli autobus degli stranieri, a decine da mattino a sera. Ma anche israeliani in gita con la famiglia, che dalla collina su cui sorge il villaggio di Buqaata osservano le colonne di fumo che si alzano oltreconfine. La moda l’ha lanciata un vip, Ehud Barak, ministro della Difesa e le immagini sono rimbalzate da una tv all’altra creando emulazione. Il più delle volte dai tavolini del caffè non si scorge molto, a parte un tank che pattuglia il confine sollevando nuvole di polvere e i contorni sfuocati di un minareto della moschea di Quneitra, città abbandonata dopo l’annessione israeliana. Eppure il richiamo della guerra è irresistibile. Qualcuno di tanto in tanto un dubbio se lo fa venire. Meredith Haines arriva da Freehold, New Jersey, e gira il Paese con sua madre e una gruppo di concittadini ebrei. Sul monte Bental è salita per guardare verso nord-est, verso la Siria, ma racconta di non sentirsi a proprio agio. “Spendi tutti questi soldi per venire in Israele e senti un brivido addosso quando la guida turistica ti dice: ‘Ora andiamo tutti al confine siriano!’. Ma poi, quando sei arrivata qui, pensi che a 50 km al di là di quel confine c’è gente che muore”.