parco viale Da VinciIl piano dei parcheggi di Roma è vicenda nota anche a livello nazionale. Più volte gli organi di informazione hanno riportato casi di cedimenti strutturali degli edifici circostanti; di proteste di cittadini e di comitati che vedevano danneggiata la qualità dei luoghi pubblici; di distruzione di alberature esistenti in una città che soffre invece di gravi carenze, come nel caso di via Enrico Fermi o nella recente vergognosa proposta di piazzale della Radio. Del resto, alcune belle piazze della Roma d’inizio ‘900, come ad esempio piazza Melozzo da Forlì o Gentile da Fabriano, sono diventate luoghi anonimi senza più un volto e un’anima.

Il paradosso è che con queste operazioni il settore privato guadagna fortune, mentre il Comune ne riceve scarsi benefici. I valori di vendita di un box in una zona urbana “normale” viaggiano intorno ai 100 mila euro. Realizzare cento box fa incassare dunque 10 milioni mentre gli oneri concessori da pagare sono modesti e non aiutano le casse pubbliche. Ricchezza privata e depauperamento del bene comune, un classico dell’urbanistica nazionale di questi anni.

Quella dei parcheggi romani è insomma una vicenda emblematica dell’urbanistica nazionale: le pubbliche amministrazioni sono soccombenti rispetto allo strapotere delle imprese e non riescono neppure a svolgere il loro ruolo nemmeno nella fase di individuazione delle localizzazioni, funzione questa eminentemente pubblica, perché è soltanto da una visione d’insieme della città che dovrebbe seguire un piano dei parcheggi degno di questo nome. Succede invece che con la tecnica delle “rilocalizzazione”, e cioè con lo spostamento delle opere da una zona all’altra della città, si è ormai smarrito un coerente piano d’insieme. Il caso che denunciamo oggi sta tutto in questa dinamica.

Viale Leonardo da Vinci era una bella strada della prima periferia intensiva romana. Due corsie di marcia per ogni senso divise da una larga zona alberata con essenze che grazie agli anni trascorsi dalla messa a dimora presentano altezze notevoli che forniscono bellezza ai luoghi. Su un lato della strada insistono scuole e servizi pubblici di buona qualità: in ogni altra città europea quel luogo sarebbe lasciato così com’è, semmai migliorando la qualità della manutenzione. Un paio di anni fa arriva invece la doccia fretta: un intero senso di marcia e la zona alberata vengono recintate perché vi è stato “rilocalizzato” un parcheggio di circa 80 box originariamente previsto in una zona.

Opposizione netta e frontale da parte dei cittadini che comprendono lo sconquasso che il progetto provocherebbe. E da molto tempo il cantiere è fermo per una revisione del progetto originario, mentre gli alberi sono a rischio, come si vede dalla foto che ritrae la brutalità dei tiranti con cui viene trattato – nel silenzio delle amministrazioni pubbliche – il patrimonio arboreo. Oggi siamo in vista delle elezioni e i lavori devono ripartire ad ogni costo. Il nuovo progetto prevede nell’ordine: il largo viale a doppia corsia viene sacrificato ad una sola corsia per ogni senso di marcia e non c’è chi non veda che così si aggraverà la congestione dell’intera area. Quasi un intero filare di alberi originari verrà abbattuto per scavare il parcheggio e sostituito da tristi cespugli. E, ultima vergogna, viene proposto un brandello di pista ciclabile che attraversa ben quattro correnti di traffico e in una parte finisce dentro un distributore di benzina! Una cosa spregevole, che non verrebbe presa in esame in nessuna civile città europea.

Si dirà che è uno degli effetti negativi di cinque anni di amministrazione Alemanno, ma purtroppo non è così. Il municipio è amministrato dal centrosinistra e – per la verità – il presidente Andrea Catarci aveva anche provato a spostare in altro luogo il vergognoso parcheggio. Non c’è finora riuscito, forse perché uno degli esponenti di punta della sua giunta, Alberto Attanasio del Partito democratico è entusiasticamente a favore dei parcheggi privati sulle aree pubbliche. Pochi giorni fa, ancora una volta, ha duramente redarguito il comitato che gli ha rappresentato i dubbi e le perplessità degli abitanti. Democrazia e partecipazione non abitano lì.

Non resta allora che il comitato continui nella sua limpida battaglia. E a coloro che venisse in mente di accusarlo della sindrome del Nimby, è il caso di ricordare che soltanto grazie alle iniziative dei tanti comitati attivi in città che si è riusciti a difendere – come nel caso dell’Acea, ad esempio – prerogative pubbliche e bellezza della città. Mentre, purtroppo, la malapolitica continua imperterrita a non tutelare gli interessi pubblici.

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