“Ognuno può decidere di vivere nel paese che vuole”. Insomma, se non vi sta bene l’Italia, andatevene. È l’invito a una ‘emigrazione di orientamento sessuale’ quello che Rosy Bindi rivolge dal palco della festa nazionale delle Donne Democratiche.

La presidente del Pd si scrolla così di dosso i contestatori che hanno fatto capolino nel dibattito conclusivo della kermesse dei democratici a Ferrara. Superfluo spiegare i motivi della presenza delle bandiere viola e arcobaleno al dibattito. La bagarre all’assemblea del Pd sull’estensione del matrimonio civile alle persone omosessuali brucia ancora. E l’autodifesa della Bindi dietro lo scudo di una presunta anticostituzionalità delle unioni tra persone dello stesso  sesso non ha fatto altro che esacerbare gli animi delle associazioni gay. Arcilesbica su tutte.

Un primo assaggio era arrivato alla festa dell’Unità di Roma, con le accuse di omofobia piovute dalla platea. A Ferrara la Bindi arriva il giorno dopo Bersani (“le unioni civili dei gay sul modello tedesco sono la nostra proposta, e Casini non mi ricatti né su questo né su Vendola”, aveva detto il segretario) e alla vigilia dell’arrivo di Veltroni. E in concomitanza con Paola Concia. Solo un calendario fin troppo studiato ha evitato che le due protagoniste della spaccatura andata in scena all’assemblea nazionale si incontrassero. La firmataria dell’odg sull’equiparazione legale dei matrimoni etero e omosessuali è stata relegata nella sala riunioni di un bar del centro. Anche l’orario, nel pomeriggio, ha evitato pericolosi incroci.

Dal suo “esilio” pomeridiano l’attivista lesbica si è limitata a un diplomatico “è normale che un grande partito viva discussioni accese, e ora stiamo arrivando al punto”.

Non è andata così leggera invece alla vicepresidente della Camera, che si è vista schiaffare in faccia il più classico dei rimproveri di morettina memoria: “dicci qualcosa di sinistra”. “Io parto dal riconoscimento e dalla valorizzazione della differenza – ha sostenuto Rosy Bindi – e per questo nel nostro documento abbiamo scritto che ci impegneremo ad introdurre le unioni civili, anche per le coppie gay”.

Troppo poco per chi chiede pari diritti e infatti dal loggione arriva un sonoro “non le vogliamo!”. Più sofisticato l’incoraggiamento di un’altra militante di Arcilesbica: “Rosy, voglio invitarti al mio matrimonio!”. Niente da fare. La presidente si trincera dietro alla linea delineata dal suo segretario e si fa forte “della posizione su cui il partito è assestato, che è quella della Corte costituzionale, di Francia, Inghilterra e Germania”.

Non è proprio così. La Corte nell’aprile del 2010, nel decidere sulle questioni poste dalle ordinanze del gip di Venezia e della Corte d’appello di Trento, aveva detto che la materia non è regolamentata dal nostro ordinamento, demandando quindi alla volontà del legislatore una eventuale normazione. La polemica si è chiusa con un consiglio ‘zapateriano’: “Facciamo come in Spagna!”.

“Ognuno può vivere nel paese che vuole” ha smorzato infine la presidente, chiedendo ai militanti gay di non lasciarsi strumentalizzare, perché “con le posizioni massimaliste si finisce per non prender niente, mentre io sono abituata a prender qualcosa. A costo di rendermi infrequentabile al mondo da cui provengo”.