Dedicherò qualche puntata estiva del mio blog a raccontare storie e personaggi incontrati nei miei lunghi anni a Rebibbia. È necessaria qualche premessa. Non so nulla di psicologia ma mi pare di poter dire che non di rado la condizione di detenzione suscita, tra le altre patologie, una diffusa tendenza alla mitomania, spesso alla megalomania. Molti raccontano balle enormi, ingigantendo i loro trascorsi e magnificando le proprie presunte ricchezze. Forse cercano di pareggiare i conti con la loro condizione di detenuti, che è oggettivamente penosa.

Quanto a me, per inclinazione caratteriale non uso fare domande. Il fatto è che insegnando diritto e dimostrando qualche competenza, prima o poi mi arrivano spontaneamente tutte le carte degli studenti corredate di questioni personali, ansie annesse. Io mi limito ad ascoltare, senza chiedere e chiedermi troppo se ciò che mi si dice è vero; per quel che mi compete, puntualizzo e ribadisco i termini di legge.

Chi si accinge a leggere queste mie note tenga conto che non faccio altro che riportare, da aspirante cronista, le storie che mi sembrano più verosimili e comunque più interessanti.

Altra condizione: chi, come noi operatori, vuole avvicinarsi (anche solo leggendo questi racconti) al mondo del carcere, farebbe bene a liberarsi la mente da ogni pregiudizio e considerare i detenuti per quello che sono, uomini e donne con le loro normali, umane debolezze, senza soffermarsi a giudicarli dal tipo di reato che hanno commesso.

Quando, qualche anno fa, arrivai nella insolita sede scolastica del carcere di Rebibbia, il coordinatore degli insegnanti, che già vantava una lunga esperienza, ci avvertì col suo inconfondibile accento umbro: “Sappiate che li mejio so’ gli assassini”. Era una battuta, ovviamente, ma con il tempo realizzai che conteneva una parte di verità.

Uno dei primi studenti che incontrai era un ragazzo condannato a trent’anni di detenzione per omicidio volontario premeditato. Era insolitamente gentile, disponibile, interessato alle lezioni e anche preparato. Aveva ucciso la sua ragazza, molto più giovane di lui, per il classico motivo passionale. Il suo cruccio più grave era che non riusciva a perdonarsi di aver eliminato il suo amore e riteneva la pena inflittagli troppo lieve per l’orrendo delitto commesso. Anche rispetto ai familiari di lei.

In tutti questi anni ho potuto constatare che quando un esterno entra a visitare il carcere invariabilmente resta colpito dalla “normalità” di molte di queste persone che la nostra società, a volte sbrigativamente, ritiene di marchiare come mostri e mettere ai margini.

Uno dei miei “alunni” più bravi, rispettosi, educato al punto da ringraziare sempre, ogni giorno, al termine di ogni ora di lezione con una salda stretta di mano, è stato uno che era in carcere per esser stato protagonista, insieme ad altri due giovani amici, di una delle vicende più famose della cronaca nera di qualche anno fa, in cui ci aveva rimesso la vita una coppia di genitori. Alla fine si è diplomato col pieno dei voti, ha compiuto con encomiabile regolarità tutto il percorso della riabilitazione, ha trovato l’amore con una ex volontaria, da cui ha avuto un figlio. Oggi lavora e vive una vita normale.

Rimanendo per anni a lavorare in quest’ambiente, si sono man mano ampliate le mie conoscenze di persone di tutte le risme: mafiosi, spacciatori incorreggibili, sequestratori calabresi, esponenti della Sacra Corona Unita, semplici malviventi o meri truffatori, per finire a pedofili e serial-killer. La conclusione, per dirla con il premio nobel Amartya Sen, è che siamo tutti “differentemente diversi”. In carcere più che altrove è opportuno non cedere mai alle generalizzazioni.