Un uomo vaga solitario per campi immensi, poi arrivato a un certo punto, oltre gli alberi, si ritrova dinanzi a sé tre torri che simboleggiano la modernità, il mondo industrializzato nel quale viviamo. Inevitabile la solitudine dell’artista o dell’essere umano dotato: è il prezzo che si deve pagare per il fatto di essere un passo avanti rispetto alla massa. L’uomo solitario è Davide Tosches, e l’immagine appena descritta è quella che compare sulla copertina del suo ultimo album “Un lento disgelo”, composto da nove tracce e uscito per Controrecords nel maggio scorso.


Piemontese di nascita, Davide Tosches è un artista a tutto tondo e quando parla di sé – musicalmente parlando – inizia proprio dalla sua grande passione che è il disegno. “È la cosa più importante, quella che so fare meglio e dai cui deriva tutto il resto. Il disegno richiede più concentrazione e silenzio della musica, più costanza e più disciplina, quindi in determinati periodi non si può fare se non hai dalla tua una volontà ferrea. Ognuno deve avere una strada principale, io ho quella delle immagini”. Dalle immagini alle parole, il passo è breve, raccolte sapientemente in questo disco dedicato a suo padre, “nonostante tutto”. Figura paterna che compare nel brano “Patriota” nel verso in cui canta: “E mio padre diceva: qualsiasi coglione oggi scrive un libro / governa la nostra nazione / e opera al cuore delle persone”. Un disco intenso e ricco di significati, alle parole si sono poi aggiunte le musiche, nate anche grazie alla collaborazione di amici musicisti. 
Abbiamo intervistato Davide Tosches per conoscerlo più a fondo e per cercare di capirne l’essenza.

Davide, c’è un disco che consideri “fondamentale” e quali sono le qualità che deve possedere per essere tale?
Dirti il titolo di un disco è difficile, ma quel disco deve essere un disco nato per necessità espressive e poetiche irrinunciabili, come il respiro, come i fenomeni atmosferici, qualcosa che non puoi analizzare razionalmente e che non potrai mai comprendere in pieno. Non basta che sia un capolavoro musicale, deve avere la potenza e la grandiosità di una quercia, del vento, del dolore e della gioia. Deve essere come le cose che sono sempre esistite in natura e che a un certo punto hai la possibilità di scoprire.

Ascoltando il tuo disco, il primo pensiero è andato a Jon Krakauer, l’autore di “Into the Wild”, il romanzo reso celebre dal film diretto da Sean Penn. E naturalmente al connubio musica-filosofia. A quale pensatore ti senti più affine?
Beh… non sono proprio filosofi, ma mi vengono in mente Ezra Pound e Eugène Delacroix, uno era un poeta, l’altro un pittore, ma il loro pensiero rigoroso, pragmatico, coraggioso e originale, negli anni mi ha rinforzato e mi ha dato modo di vedere le cose da un punto di vista differente. La qualità fondamentale di un grande pensatore deve essere, secondo me, quella di indicarti una strada che prima non conoscevi. Anche in questo caso, sono stati e sono degli amici in qualche modo.

Mi parli della genesi de “Il lento disgelo”? A cosa è dovuta la scelta di questo titolo?
Dopo Dove l’erba è alta, avevo voglia di fare un disco con ancora meno pensiero, con meno certezze e senza avere la visione del risultato finale. Avevo circa 50 brani, ma alla fine ne ho inseriti solo nove e quattro di questi li ho composti il giorno prima di entrare in studio, lì, insieme con Dan Solo (ex bassista dei Marlene Kuntz) e Matteo Grosso ho praticamente improvvisato le strutture e quelle sono rimaste sul disco. Riguardo al titolo; una persona a me molto cara sta affrontando in questo momento un vero ‘disgelo’ emotivo e questo mi ha suggerito il titolo, ma siccome è un disco che parte dall’intimità per rivolgersi all’esterno, ‘il lento disgelo’ è anche quello collettivo, della nostra società. Negli ultimi anni gli scandali sociali e politici sono più evidenti, l’etica pare distante, la follia è ancora più assurda e incomprensibile, ma è normale, perché stiamo lentamente ritrovando una strada sana che conosciamo perfettamente, in modo atavico e inconscio, dopo anni di buio, dopo la demenziale convinzione che l’industrializzazione, la scienza e la finanza potessero avere un valore eterno e incontestabile, invece sono state solo una microscopica parentesi nella storia del mondo, come un battito di ciglia nella vita di ognuno. Non voglio fare il profeta, ma questo lento disgelo è iniziato e sarà inarrestabile e spietato nella sua grazia. Ci stiamo ribellando a questo, alla bellezza, con inaudita e inedita violenza, soprattutto interiore e psicologica. È arrivato il momento di affrontare le cose che ci fanno paura, perché siamo scappati per tanti anni e ci siamo rifugiati dentro sicurezze virtuali, inventate e, abbiamo raccontato bugie a noi stessi. Negli anni ’60 era già finito tutto, ma abbiamo continuato a fare finta di niente.

Qual è il messaggio che speri, chi ascolti il disco recepisca?
Il messaggio è semplice e potente e si può esprimere in modo, se vuoi, banale: essere se stessi. Da quel che ci è dato sapere, si vive una volta sola e non si può sprecare una vita pensando con la testa di altri, rimanendo ancorati alle convenzioni e alle etichette, perché ognuno dentro di se ha un patrimonio creativo e vitale enorme, ognuno è potenzialmente in contatto profondo con il mondo e deve mettersi a nudo per esprimere la propria unicità. Ovviamente non si può affrontare questo processo importante e vitale tramite modelli precostituiti, come la religione ad esempio, ma deve essere un percorso unico e personale, senza appigli, senza certezze e ripari, contestando e rifiutando fermamente quello che non si incastra con la nostra natura profonda, rischiando tutti i giorni di sentirsi vivi e meravigliosi. La strada è diversa per tutti e ognuno deve trovare la sua, deve essere un coraggioso esploratore della propria esistenza. Non devi diventare un guru, un mistico, un santone, un maestro o tutte queste stupidaggini, devi trovare la tua essenza, che è già lì ad aspettarti da quando sei nato. Non la troverai con i soldi, con la carriera, col successo, con la spiritualità da quattro soldi, ma la troverai nel tuo lavoro utile e dignitoso e nel respiro dell’universo, nel confronto costante e profondo con la natura, perché la natura è l’unica fonte di verità disponibile, perché siamo parte della natura, arriviamo da lì e dipendiamo totalmente da essa, esattamente come le formiche, i sassi, le foglie e il vento. Ogni animale, anche quello che consideriamo il più misero e insignificante del creato, ne sa molto di più della maggior parte degli uomini riguardo a queste questioni.

Qual è il peggior difetto che secondo te contraddistingue il musicista italiano?
Si è troppo dipendenti da modelli consolidati, De André e Battisti su tutti. Li abbiamo già i loro dischi, perché bisogna continuare a fare delle brutte copie del loro lavoro? C’è un sacco di buona musica da cui attingere e dalla quale trarre ispirazione. Vedi, un grande artista in qualche modo lascia sempre la sua opera incompiuta, quella di tutta una vita intendo e, volendo, si può anche ripartire da lì e approfondire il discorso, gli insegnamenti e l’attitudine che quell’artista ci ha lasciato. Ma bisogna prenderne l’essenza non imitarlo copiandone lo stile, la voce, le strutture. Non serve a niente, è solo una cosa che scaturisce dall’insicurezza e da paure inutili. Chi ha partecipato attivamente e ha dato un contributo importante alla storia di una qualsiasi arte non ha mai imitato nessuno, al limite ha continuato a esplorare una strada che qualcuno aveva già scoperto.

Pregi e difetti di Internet?
Credo che l’unica cosa veramente positiva sia la possibilità di comunicare facilmente e conoscere altre persone, che magari scopri affini al tuo modo di vedere le cose, ai tuoi gusti, oggi soprattutto su Facebook, ma qualche anno fa attraverso i forum dei vari software. Gli artisti della mia etichetta per esempio li ho conosciuti quasi tutti grazie all’utilizzo di Internet. Insomma, questa è veramente una cosa meravigliosa. Tutta la parte riguardante la comunicazione utile in Internet è assolutamente da salvaguardare, perché può allargare i nostri orizzonti. Riguardo ai difetti, non credo ci siano difetti peculiari del mezzo in sé, ma nascono dall’utilizzo che ne fanno le persone, prendi Youtube o i siti dei quotidiani, su qualsiasi video o articolo dove ci siano un minimo di commenti c’è sempre gente che si azzuffa e si insulta, ho visto gente litigare su video di aspirapolvere e seghe circolari come su quelli dei Led Zeppelin o di Mao. Ecco, forse si dovrebbe togliere la possibilità di poter inserire commenti sui siti dei quotidiani o su Youtube o cose simili, perché alla fine non c’è un vero scambio di opinioni, ma tanta rabbia repressa e facili giudizi. Del resto, una volta ti compravi il giornale e se proprio la cosa ti stava a cuore o ti faceva arrabbiare scrivevi al direttore o al giornalista dell’articolo. Oggi è un attimo, in due secondi si accende il computer e si piazza un bel vaffanculo sotto l’articolo. Non mi sembra di alcuna utilità.

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