Da Rossano Calabro a Roma in bicicletta per chiedere al ministro della Giustizia, Paola Severino, di salvare la Regione dalla criminalità. Cinquecento chilometri, al grido di Io non chiudo, da percorrere a colpi di pedalate, per anche soli 5 minuti di udienza in cui spiegare il perché la chiusura di alcuni tribunali calabresi rappresenti un pericolo per la giustizia e una vittoria per le organizzazioni criminali. A montare sulla sella della bici sono stati ieri Mauro Mitidieri e Massimo Ruffo, due giovani avvocati del Foro di Rossano, una delle 4 “vittime” della spending review.

Insieme ai tribunali di Castrovillari, Paola e Lamezia, quello di Rossano è infatti stato cancellato perché considerato un peso per l’economia del Paese. Il tour dei due avvocati rossanesi, seguiti da una lunga carovana di manifestanti e un camper che garantirà loro il riposo nelle soste, si dovrebbe concludere il prossimo martedì e, nello stesso giorno, i due avvocati sperano di consegnare nelle mani del ministro Severino un cortometraggio in cui sono illustrati i disagi che gli operatori di giustizia avrebbero quando la chiusura dei tribunali sarà pienamente operativa. E un dossier, in cui sono elencati gli anni di lavoro contro la malavita che ora rischiano di andare in fumo, nonché disagi e costi della manovra di “accorpamento” dei tribunali.

I due avvocati percorreranno strade provinciali e nazionali con una media di 100 chilometri al giorno, lungo un percorso tortuoso, simbolo di una regione isolata. Lo scopo, infatti, è anche quello di mettere in evidenza lo stato disastroso delle strade da percorrere, dai centri montani verso Cosenza, e la mancanza di mezzi pubblici per raggiungere i tribunali. “Evidentemente chi ha deciso questi tagli – dice l’avvocato rossanese Maurizio Minnicelli, che segue i due ciclisti in questa impresa – non conosce bene la nostra regione. Siamo convinti che la revisione delle circoscrizioni giudiziarie non possa prescindere dalle peculiarità del territorio. Non si può assimilare l’amministrazione dell’apparato giudiziario a un’azienda. L’efficienza del sistema della giustizia deve tenere in debito conto le problematiche socio-economiche e i limiti logistico-infrastrutturali di realtà per le quali, purtroppo, ancora oggi le grandi opere, come i treni ad alta velocità, rimangono solo illusioni”.

Gli avvocati calabresi sono insorti alle parole del ministro Severino, quando ha riferito che “la revisione delle circoscrizioni giudiziarie è una riforma epocale, perché cambia la geografia giudiziaria del Paese, ferma all’epoca dell’Unità d’Italia, quando si girava con le carrozze e non con i treni ad alta velocità”. Da allora, in realtà, in Calabria non molto sembra essere cambiato. “Definire il provvedimento come una riforma epocale è una presa in giro per noi calabresi che viviamo una realtà del tutto diversa da quella del ministro”, sottolinea Minnicelli. “Purtroppo le nostre infrastrutture non sono sicure ed efficienti – aggiunge – e se a questo si aggiunge l’elevato tasso di criminalità, appare subito chiaro che la nostra giustizia rischia di finire nelle mani della criminalità”.

Non è infatti un mistero che la zona, soprattutto nella fascia jonica-cosentina, sia praticamente assediata dalla criminalità. Nell’ultima relazione semestrale al Parlamento la ’ndrangheta è stata tratteggiata come “una delle più insidiose strutture criminali, abile nella gestione di risorse finanziarie ed attività imprenditoriali”. E sono proprio il litorale ionico e l’area dell’alto cosentino a costituire nella provincia l’area territoriale dove la ’ndrangheta vanta il più antico radicamento. In tali aree sono presenti tre poli di aggregazione criminale che, dopo anni di lotte anche intestine, hanno raggiunto una certa stabilità: le ‘ndrine di Corigliano, Rossano, Cariati e Cirò.

“Nell’anno appena trascorso – si legge sul dossier degli avvocati rossanesi – il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro Maroni, ha dichiarato lo scioglimento del Comune di Corigliano a causa delle riscontrate forme di condizionamenti e di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata, che ha portato al successivo e ancora attuale commissariamento dello stesso e all’avvio nel settembre scorso del Maxi Processo Penale, meglio conosciuto con il nome di Operazione Santa Tecla, dall’omonima operazione condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro con l’ausilio delle locali forze dell’ordine, che ha portato alla sbarra ben 86 persone. Il processo penale Operazione Paternum, che vede coinvolti vari soggetti nel Cariatese, accusati di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. E ancora il Maxiprocesso “Galassia” che ha visto sul banco degli imputati 200 presunti boss e picciotti della ‘ndrangheta della Sibaritide, accusati di decine di omicidi consumati nell’ambito di disegni e strategie criminose messe appunto dalle cosche mafiose ioniche”. Senza contare il processo scandalo “Flesh Market” (“mercato della carne”) che ha svelato un subdolo giro di sfruttamento della prostituzione minorile.

“Se davvero la realtà del nostro territorio venisse presa in giusta considerazione e se davvero per un giorno si respirasse l’aria delle difficoltà e dei malesseri di questa terra – conclude Minnicelli – forse si eviterebbe lo sbaglio di credere che ciò che vada bene per determinati contesti possa andare altrettanto bene per situazioni sicuramente più difficili come la nostra”.

di Valentina Arcovio