“Sul lungo periodo tutti ci auguriamo di vivere in un ambiente pacifico, dentro e intorno a noi”. Lo assumo per non far differenze tra il mio bisogno di star bene e quello degli altri: non posso credere di essere l’unica ad augurarmi una società pacifica, né di essere in minoranza.

Un lettore mi scrive, al riguardo: “Ho conosciuto un uomo inserito nella carriera aziendale, e l’ho sentito esclamare: La guerra mi esalta!“. Mi chiede che cosa ne penso.

In effetti noi umani siamo complessi, siamo un intreccio di parecchi desideri e bisogni, e non uno alla volta, in bell’ordine. Li abbiamo contemporaneamente. Se non volessimo spesso “la botte piena e la moglie ubriaca” non esisterebbe il famoso proverbio che ci ricorda come voler esaudire due desideri opposti ci renda la vita difficile.

Può essere insomma che la medesima persona, da una parte, si auguri un’esistenza pacifica per sé e per i suoi cari, e dall’altra si auguri una quotidianeità piena di problemi da risolvere – a noi umani piace risolvere problemi – e per sentire la soddisfazione di riuscirci, quindi, ne dobbiamo avere.

Averne, di problemi, ci riesce facile: alle cose che già funzionano ci abituiamo presto, le diamo per scontate, mentre la nostra attenzione si focalizza su quel che non funziona. E’ un meccanismo utile, che ci ha spinto ad evolverci, dalle caverne buie e umide dove abitavamo millenni fa, a posti migliori dove stare. La psicologia sociale la chiama “percezione selettiva”.

Di persone che amano la sensazione di essere vivi data dall’adrenalina che circola nel corpo ne conosco anch’io. La mia ipotesi è che questa sensazione, per chi la apprezza, possa creare dipendenza, come tante altre cose che ci piacciono. E in effetti non è più piacevole sentirsi arrabbiatissimi – e sentirsi quindi forti, pieni di energia –, che sentire la tristezza e la delusione che spesso sta ben nascosta dietro all’attacco di rabbia?

Mi arrabbio e “mi esalto nella guerra”, se le persone e le cose si permettono di non funzionare come voglio io: il che mi delude parecchio, me ne accorgo se mi fermo a osservare i miei bisogni frustrati con “sguardo etnografico”, invece di reagire in automatico. Reagendo così, “strumentalizzo” le persone, le vedo come strumenti per raggiungere il mio bene, o come ostacoli ad esso: già questo implica un fare differenze tra sé e gli altri, non rispettare la loro umanità quanto rispetto la mia. Ne escono solo guai, si sa.

Ma la rabbia è un automatismo forte, che prende le nostre difese prima che noi ci si fermi a pensarci su. Per superarla ci vuole allenamento a non vivere in funzione della paura: paura che il mondo non sia come lo vogliamo avere.

Non occorre infatti averne paura: è proprio così! Possiamo osservarlo e osservare con compassione amorevole il nostro stesso terrore, nei riguardi di questo semplice dato di realtà.

Per superare la rabbia, dunque, abbiamo bisogno di sviluppare coraggio.

Se dico “la guerra mi esalta” intendo forse che mi fa star bene sentire di essere vivo, nel lottare strenuamente per raggiungere quel che mi pare importante? Mi fa star bene impormi, sentire di “vincere”, controllare gli altri?

Ma ogni scelta comporta un prezzo da pagare. Se sono un “capo” simile, il prezzo sarà, probabilmente, avere dipendenti caratterizzati da una carente motivazione, poco disposti a cooperare con me. Lo faranno forse, ma spinti da timore, non da entusiasmo per il risultato del nostro lavorare insieme; e il risultato sarà ben diverso, nei due casi.

Certo, ci sono parecchi modi di stare al mondo, e di creare le qualità che la nostra realtà ha per noi, che gliela assegniamo con le nostre convinzioni. Se crediamo che gli umani siano in genere:

  1. pigri e inaffidabili, saremo tendenzialmente “capi” autoritari, che ritengono di doverli controllare e spronare con premi e minacce;

  2. oppure invece creature piene di potenzialità e risorse, che chiedono solo di aver la possibiità di esprimerle, saremo “capi” che chiedono la loro cooperazione, e di che cosa han bisogno per fare le cose volentieri. E ci sono molte posizioni intermedie.

Far le cose volentieri significa non vivere stando in guardia, in resistenza al mondo: un bel risparmio di energia, oltre tutto.

Ma conosciamo persone pacifiche e rilassate, e per molti giorni di seguito?

Per sopportare una simile situazione ci vuole grande forza d’animo: il bisogno di sentirci utili, di risolvere problemi, di sentire di contare qualcosa ci porta a provare noia, se per troppi giorni (o ore?) di seguito tutto va bene. Ecco che allora compare la famosa accidia! E possiamo immaginare che prendercela con qualcuno o con qualcosa sia preferibile!

Se ce la prendiamo con qualcosa che possiamo risolvere, bene, questa rabbia ci dà l’energia necessaria per alzarci e far qualcosa: vai e risolvi, fai! O scappa quanto più puoi!

Ma oggi spesso questa rabbia circola in noi, o si esprime in parole o sguardacci cattivissimi, e non viene usata per risolvere nulla. Resta lì, in circolo, dentro di noi.

Non cambia l’ambiente intorno a noi, solo quello dentro. Si dice che alla lunga faccia male al sistema immunitario.

Non è il solo motivo per cui mi pare valga la pena di imparare a gestire la propria rabbia: come dice la maestra Zen Cheri Huber: diventa la persona che vorresti incontrare!