Ancora una grande retrospettiva di Gehrard Richter, ottant’anni proprio quest’anno, uno degli artisti contemporanei più celebrati dal grande pubblico e dalla critica. Dopo la grande mostra al MoMA di New York nel 2002, quella che in questi giorni occupa l’ultimo piano del Beaubourg a Parigi arriva dalla Tate di Londra, dov’era rimasta fino a gennaio 2012.

Nato a Dresda nel 1932 da un padre insegnante, membro forzato del partito nazional-socialista, Richter fa parte di quella generazione di artisti tedeschi alle prese con la rimozione del dopoguerra. Figlio di un paese criminale incapace di verbalizzare l’orrore dei padri e di giustificare con una qualsiasi forma di parola il diritto alla propria sopravvivenza, Richter cresce in una Germania oscura e insanguinata, volta solo a rimuovere dalla memoria collettiva la sua colpa atroce. Un paese che avrà bisogno di cantori, di voci maieutiche, come Heinrich Böll, Gunther Grass e più recentemente W.G. Sebald, per dare voce a quella generazione afasica, dall’inconscio tormentato dai delitti dei padri.

Nel 1961, durante la costruzione del muro di Berlino, Richter lascia Dresda per proseguire all’ovest una carriera che l’ha portato in cinquant’anni a diventare l’artista occidentale per eccellenza, colui che riesce a farci intuire la risposta all’angosciante rompicapo che tanto affanna filosofi e intellettuali, ossia, come fare andare insieme modernità, tradizione ed esperienza estetica. Insomma, per farla breve, quel sentimento segreto del “Non mi piace” provato così sovente nelle varie mostre di arte contemporanea, nelle Biennali, nei musei avveniristici che reprimiamo insicuri, come se forse ci stia sfuggendo qualcosa che non capiamo per mancanza di mezzi culturali. Eppure, dentro di noi, rimuginiamo: “Ma non c’è bisogno di tanti mezzi culturali per apprezzare il Partenone, la Gioconda o la Venere di Botticelli….”

Richter ci riposa perché ci piace. Ci riconcilia con l’esperienza estetica primaria, quella del piacere della visione. Con le sue “foto-pitture”, tele di grande capacità tecnica che riproducono al pennello una fotografia in dettaglio, Richter sancisce la pop-art versione europea. Come Warhol, infatti, l’artista tedesco pone al centro della sua riflessione la questione dell’immagine nel mondo degli Anni Sessanta sempre più invaso da nuove immagini di tutti i tipi, fotografie, pubblicità, cinema, televisione. L’immagine, da bene scarso, accessibile a caro prezzo, associato a un’estetica precisa della classe dominante, diventa cheap, a portata di mano di tutti, una trasformazione dello spazio sociale le cui conseguenze non sono ancora esaurite oggi. Cosa farcene dell’arte in un mondo esteticamente saturo in cui colori, immagini, oggetti di design, video, grafica sono in grado di esplorare qualsiasi luogo recondito della nostra percezione, di riempire qualsiasi vuoto visivo? A differenza di Warhol, Richter non ci provoca, non ci lascia nell’ambiguità tra arte e non-arte: da vero “classico”, ci prende per mano e ci riconcilia, sicuro, con l’esperienza dell’arte.

L’arte contemporanea sembra ancora sotto lo choc della modernità, incapace di ritrovare l’armonia spezzata del classico, quell’equilibrio segreto tra oggettività e soggettività, tra occhio e mondo, per sempre spazzato via dai troppi maestri del sospetto. Tra gli artisti, c’è chi fugge da questa modernità scomoda e si rifugia nel figurativo, chi la porta alle estreme conseguenze, chi continua il gioco dialettico con le arti minori, la pubblicità, il design, il video. Richter affronta la questione, esplora l’astratto, le installazioni, il paesaggio, fino a incorniciare uno specchio enorme nell’esperimento riuscito di un'”opera aperta” costituita a ogni istante dallo spettatore che vi passa davanti. Ma anche quella non è provocazione. E’ estetica. Ci si specchia felici, sicuri, trasfigurati in oggetti d’arte di quell’opera effimera eppure ricca di senso. Ecco forse la parola-chiave per comprendere questo artista gigantesco: il senso, l’essere capace di fornirci un’esperienza di senso, che ci fa riflettere e insieme ci dà l’unica, profonda soddisfazione estetica possibile, ossia quella di essere parte dello stesso mondo – seppur moderno, violato, cacofonico, disturbante – che l’artista raffigura.