Se sia un nuovo caso Aldrovandi lo si saprà solo tra sei mesi. Ma la morte con le manette ai polsi di Luigi Federico Marinelli è destinata a far discutere e molto probabilmente avrà uno strascico giudiziario, come i casi Cucchi, Ferrulli e altri ancora. Nei giorni scorsi al tribunale di Roma è stata rinviata all’8 gennaio 2013 l’udienza che doveva decidere se archiviare o instaurare il processo che vede indagati quattro agenti di polizia e due sanitari del 118 che il 5 settembre del 2011 sono intervenuti all’Eur per immobilizzare un 49enne affetto da schizofrenia al termine di un’accesa lite con la madre. L’uomo è morto per un infarto ma per i parenti, che erano presenti all’intervento, il decesso non è stato affatto una fatalità ma la conseguenza diretta del trauma inferto al torace dagli agenti che lo hanno arrestato. Un’azione che il fratello della vittima ha definito “violenta” e che ha lasciato tracce evidenti nell’autopsia: 12 costole rotte, emorragia al fegato e lesione della milza. Di più, quando l’uomo è stato colto da malore non è stato soccorso. Impossibile praticargli il massaggio cardiaco che, forse, l’avrebbe salvato: gli agenti che l’avevano ammanettato e riverso a terra per immobilizzarlo non avevano con sé le chiavi per liberargli le braccia.

Questo è uno dei punti sui quali ci sarà sicuramente battaglia in aula, qualora il giudice designato due giorni fa volesse procedere. Nelle relazioni di servizio degli agenti intervenuti nell’abitazione di Via F. De Vico ci sono infatti delle incongruenze che gli avvocati dei parenti, Giuseppe Iannotta e Antonio Paparo, hanno evidenziato nell’opposizione alla richiesta di archiviazione. In particolare gli agenti intervenuti per primi e che hanno proceduto all’arresto sostengono di aver liberato Marinelli appena si sono manifestati i segni del malore ma la loro versione è smentita da quella degli agenti di rinforzo intervenuti successivamente con due pattuglie. Nel loro rapporto si legge: “Ivi giunti salivamo al terzo piano dove trovavamo la porta della famiglia Marinelli chiusa. La stessa veniva prontamente aperta dagli operanti delle autoradio ‘Colombo 1’ e ‘Celio 1’ che si trovavano all’interno dell’abitazione. Potevamo così notare che nell’ingresso davanti la porta vi era un uomo apparentemente privo di sensi riverso a terra con le manette ai polsi”.

Un altro punto da chiarire sono le ragioni che hanno portato a quel tentativo di arresto dall’epilogo mortale e le modalità con cui è stato condotto, a detta dei parenti non c’era alcun reato e l’intervento è stato di una gratuita violenza, l’immobilizzazione “feroce, arbitraria, immotivata”. 

A scatenare la lite tra Marinelli e la madre è stata una questione di soldi. Marinelli era schizofrenico in cura presso un centro di salute mentale di Roma, aveva precedenti penali ed era consumatore occasionale di stupefacenti (nel suo appartamento sono stati trovati pochi grammi di hashish e l’esame tossicologico ha rilevato tracce di cocaina e farmaci). Dalla madre pretendeva un assegno da 10mila euro che era parte del risarcimento avuto dalla famiglia per la morte del padre, avvenuta anni prima per negligenza di un ospedale romano. “Quei soldi era pacifico che fossero suoi, non c’era furto e non c’era estorsione. Solo a mia madre non pareva fosse il caso di dargli una somma così rilevante viste le condizioni di Luigi”, precisano i familiari. Ma il rifiuto di lei ha provocato la lite che l’ha indotta a chiamare la polizia.

“Si sono presentati tre bravissimi agenti di polizia – racconta il fratello Vittorio che è anche avvocato ed era presente – e sono riusciti a calmare Luigi. Quando mio fratello ha cercato di uscire di casa lo hanno bloccato e giustamente, direi, visto che era su di giri”. Ma questo gesto ha scatenato l’ira dell’uomo. “Gli agenti – continua il fratello – non riuscivano a tenerlo. Così hanno chiamato rinforzi. Poco dopo è arrivato un loro collega, un energumeno di 100 chili, che è saltato addosso a Luigi bloccandolo violentemente contro una porta per ammanettarlo. Mi sono subito accorto che qualcosa non andava. Ho chiesto di togliergli le manette ma non c’erano le chiavi. Quando sono arrivate, Luigi era già a terra esanime”. Insomma, illegittimità, violenza e negligenza degli agenti avrebbero prodotto le circostanze che hanno portato l’uomo alla morte. E a rafforzare questa tesi è la perizia di parte del professor Di Tondo che ritiene quell’infarto conseguenza delle manovre di ammanettamento errate eseguite dai poliziotti e allo schiacciamento del torace della vittima. 

In  aula sarà questa la tesi che gli avvocati tenteranno di dimostrare per portare gli agenti sul banco degli imputati. Se questi elementi, ignorati dalla procura nella sua richiesta di archiviazione, dovessero essere accolti dal nuovo giudice, il caso farà scuola. Diverse sentenze della Cassazione hanno fatto giurisprudenza in casi come questo in cui la condotta degli agenti finisce sotto processo. Il principio di equivalenza delle cause (sentenza Sez. I, n. 8866 del 20.6.2000) stabilisce che il decesso della vittima del reato, pur affetta da pregresse patologie, se dovute a complicazioni concomitanti alla attività coattiva degli agenti  non esclude il nesso eziologico tra la condotta stessa e l’evento. Un’altra sentenza stabilisce che “in caso di omicidio colposo di persona già affetta da malattia, l’azione dell’imputato  deve considerarsi in rapporto di causalità con l’evento quando risulti che essa abbia prodotto un trauma che abbia influito nella evoluzione dello stato, morboso, provocandone nonché accelerandone la morte” (Sez. IV, n. 3903.dell’ 8.3.1983).

“Le domande cui il giudice dovrà dare una risposta – spiega l’avvocato Iannotta – sono queste: se subendo il trattenimento di suoi averi per 10.000 euro, se si era subito tranquillizzato, di quale reato doveva rispondere? A che titolo era trattenuto contro la sua volontà dai poliziotti? Se il Marinelli non fosse stato bloccato, scaraventato a terra con veemenza, nel sopportare un peso che supera decisamente i due quintali, sarebbe morto? Se il povero Luigi non avesse subito il trattamento a lui riservato dagli agenti di Polizia, sarebbe deceduto proprio quel giorno, proprio in quel momento e in quella situazione?”. Domande che, oltre all’omicidio colposo, ipotizzano altri reati minori come l’arresto illegale e il sequestro di persona e il falso per le divergenti dichiarazioni fornite dalla polizia sulle manette e le chiavi. La risposta arriverà non prima di sei mesi. Perché vista la delicatezza del caso il giudice titolare ha  ritenuto di optare per un rinvio lungo che consentisse di assegnare la pratica a un altro giudice che possa seguirla dall’inizio alla fine. Prima data utile, l’8 gennaio del 2013.