“Non mi si chieda di perdonare ciò che per una madre è imperdonabile, insopportabile, inconcepibile”. Non ci sarà nessun perdono. Perché nessun perdono ci può essere di fronte all’uccisione di un figlio. Lo dice chiaro e tondo Patrizia Moretti all’indomani della lettera di scuse ricevuta da Antonio Manganelli e dalla richiesta di incontro inoltrata a mezzo stampa dal ministro Cancellieri.

Scuse e incontro che “accetto volentieri”, perché “non ho mai nutrito rancore nei confronti della Polizia”, scrive la madre di Federico Aldrovandi sul suo blog, quello aperto proprio per chiedere verità e giustizia sulla morte del figlio, fino ad allora bollata come “malore improvviso”. Ma qualcosa da allora, da quel 25 settembre 2005, è cambiato. Perché ora, “devo ammettere che da quella maledetta mattina le divise mi fanno paura”.

È una Moretti che mette da parte lo spirito battagliero che le ha permesso di reggere in questi sette anni “menzogne, depistaggi, intimidazioni” per lasciare posto al cuore di madre e dire con franchezza che “ora ci si aspetta che da una persona come me, probabilmente sopravvalutata, ci sia il perdono nei confronti dei quattro poliziotti che hanno tolto la vita a mio figlio Federico. Io non sono forte. Io non sono lungimirante. Io non guardo avanti. Io non passo oltre. Sono una madre normale come tutte le madri che hanno partorito il proprio bimbo e lo hanno visto crescere fino a diventare quasi adulto. Quasi”.

In quel “quasi” c’è tutto. C’è una madre orfana, c’è un ragazzo che non ha potuto diventare adulto. C’è un accertamento della verità processuale tardivo (l’iscrizione nel registro degli indagati arrivò solo cinque mesi dopo e il processo per omicidio colposo inizierà solo due anni dopo il decesso). Ci sono le scuse mai arrivate da parte dei quattro poliziotti condannati con sentenza definitiva a tre anni e mezzo, se si eccettuano quelle di Paolo Forlani, “dettate” da un improvviso ravvedimento per le offese lanciate alla donna su Facebook.

E ora lei, che si definisce “debole”, non riesce “a voltare pagina”. “Sono debole perché non riesco a di dimenticare Federico che chiedeva aiuto e rantolava mentre quei quattro non lo ascoltavano e continuavano. Non riesco a dimenticare che tutti hanno sentito (i residenti di via Ippodromo che dissero di non aver sentito nulla quella notte, fatta eccezione per Anne Marie Tsegue che testimoniò contro i quattro agenti, ndr), ma nessuno ha ascoltato. Non riesco a dimenticare che se qualcuno, uno fra i tanti, avesse ascoltato la sua coscienza io avrei ancora il mio bambino e vivrei ancora felice nella mia vita anonima ma meravigliosa vedendo il suo farsi uomo”.

Ora a Patrizia e a suo marito Lino rimane Stefano, “il fratellino più piccolo, [che] è diventato uomo. Ha 21 anni. Vede la stanza intatta, da allora, del fratello più grande che però è rimasto ai suoi 18 anni. Sembra che le vite dei due miei figli si siano avviate su due binari diversi… Federico non è morto. Non lo posso vedere, non lo posso abbracciare, baciare. Federico per me è ancora lì, su quell’asfalto, mentre invoca aiuto e supplica coloro che lo bastonano di smetterla”.

Ora una sentenza, quella di Cassazione, ha definitivamente chiuso il caso per la giustizia dello Stato. Per quella della madre, però, la parola fine non potrà mai essere pronunciata. “Abbiamo ottenuto giustizia ad un prezzo enorme e dopo mille battaglie . continua Moretti sul blog -. Ma nella mia storia di madre mai vi potrà essere un lieto fine. Mi possono insultare, minacciare, ma, al di là della consapevolezza di aver restituito dignità alla memoria di mio figlio morto, non mi si chieda di perdonare ciò che per una madre è imperdonabile, insopportabile, inconcepibile”.

Patrizia Moretti incontrerà dunque il capo della Polizia e il ministro dell’Interno. Ma non solo come madre di Federico, bensì come cittadina che vuole che la morte di suo figlio segni uno spartiacque. “A loro esprimerò ciò che riuscirò ad esprimere. Ma il mio pensiero non potrà non andare a Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, e tanti, troppi altri. Intanto nel mio cuore di ogni mattina e di ogni notte Federico è là che invoca aiuto senza che nessuno lo ascolti . Inutilmente. Come si può farsene una ragione?”.