“La luce era spessa, era ostinata, una luce di settembre. Il capo canuto dell’uomo brillava, bianco come la neve, e lucido rifletteva il chiarore. Maciej però non amava che le tenebre. Stava solo Maciej. A Końskie faceva l’autotrasportatore, soltanto che alla vodka ci teneva eccome”.

Questo è l’incipit de Il polacco Maciej, il racconto di Veronica Tomassini pubblicato in questi giorni nella collana digitale Zoom di Feltrinelli. Un racconto breve che è – a detta della stessa autrice – “l’andito” a Sangue di cane (Laurana Editore), il romanzo d’esordio che uscì due anni fa (ne scrissi qui) e che narrava la storia d’amore fra una ragazza siciliana e un lavavetri polacco.

Il polacco Maciej è un condensato dei temi cari alla letteratura di questa scrittrice siciliana di origini umbre, a mio avviso una delle voci più potenti espresse dalla narrativa italiana recente. Torna il tema dei “subterraneans” siracusani, i derelitti dell’est, i portatori di quell’impronta di vitalità e abiezione che abbiamo conosciuto nei personaggi dei grandi romanzi russi, torna l’amore viscerale e disgraziato, tornano le pulsioni primarie dell’uomo, compresa quella all’autodistruzione. Un racconto di meno di ventimila battute, scaricabile al prezzo di 0,99 euro, scritto con una lingua densa e munifica, a tratti tagliente e spietata, a tratti dolcissima.

In questa storia, all’apparenza minore, c’è il rovescio del nostro tempo, c’è un’Italia senza luce, e c’è il grande respiro umano che non ha patria né secolo, come avviene solo per mano degli autori veri, quelli destinati a lasciare un segno.