Probabile che quel Marnie con un Sean Connery impomatato ci stia a dire davvero pochino, ma come biasimare la possibilità concreta di poter vedere uno fila all’altro, sullo schermo bigger than life di Piazza Maggiore a Bologna, e in lingua originale sottotitolati, cinque capolavori del maestro inglese, sir Alfred Hitchcock?

Il turbine espressivo, talvolta molto artigianale, ma dal sicuro effetto sullo spettatore, dei più “visivi” film del nostro, lo potremmo riscontrare ne La donna che visse due volte (ore 22, martedì 10 luglio), in Intrigo internazionale (l’11 luglio), Psycho (il 12), Gli uccelli (il 13), Marnie (il 14).

Sfileranno sguardi e corpi più noti e rappresentativi del cinema hitchcockiano: l’elegante James Stewart (La donna che visse due volte), il compassato Cary Grant (Intrigo internazionale), il folle Anthony Perkins (Psycho) mai più a livelli altissimi dopo il maestro, la bellezza inarrivabile di Kim Novak (La donna che visse due volte) a quella sofisticata di Tippi Hedren (Gli uccelli e Marnie), al volto terrorizzato di Janet Leigh sotto la doccia più famosa della storia del cinema, quella di Psycho.

Tanto per ricordare qualche tratto stilistico di pregio: in Vertigo o La donna che visse due volte (1958), sul finale c’è la celebre sequenza all’interno della tromba delle scale del campanile dove Hitchcock s’inventa la zoomata in avanti, mentre la macchina da presa arretra, per creare un effetto vertiginoso. Da sola vale l’intero prezzo del biglietto, anche se le proiezioni in Piazza Maggiore sono gratuite, più di ogni altro tormento del protagonista e discorso sul doppio che hanno riempito monografie, che a loro volta hanno riempito scaffali infiniti nelle biblioteche del Dams.

Segue Intrigo Internazionale (1959) che sempre per guizzi di stile propone un tentativo azzardato di incidente omicida tra un biplano e un incravattato Cary Grant. Discorso semplicissimo che farebbe piacere sia a Melies che ai Lumiere. L’aereo che corre incontro alla macchina da presa avrà tutta la sua posticcia sovrapposizione alla figura di Grant ripreso in piano americano da effetti speciali anteguerra, ma è la rievocazione realistica del treno che arriva alla stazione de La Ciotat, come è il primo possibile, fantasioso, esperimento di involontario 3D.

Ancora: le infinite traiettorie diagonali, la continua variazione dell’angolazione alto/basso tra le pieghe del capolavoro Psycho (1960). Perkins non è mai di fronte alla macchina da presa, ma ci è sempre rimasto per traverso. Inquadratura alla Boorman ante litteram di Senza un attimo di tregua, la casa di Norman Bates è sinistramente delineata da un basso/alto da brividi, come il Norman che appare dietro al bancone della reception con una linea basso/alto e la testa di una bestia impagliata alle spalle che ricorda subito il vero serial killer a cui il personaggio s’ispira, Ed Gein.

Infine Gli Uccelli (1963) con Tippi Hedren che ha la malaugurata idea di entrare in una cabina del telefono vecchia maniera, quelle con quattro pannelli in vetro, proprio mentre avviene il primo attacco dei famigerati uccelli hitchcockiani. Qui il maestro lavora di montaggio, ma soprattutto riprende la donna a figura intera, poi a mezzo busto, poi oggettiva dall’alto, poi primo piano, poi di nuovo dall’alto, mentre Tippi tenta di uscire più volte, ma intanto i gabbiani sbattono alacce e becchi contro il vetro, e lentamente lo frantumano bucandolo come fossero forti di pallottole.

In questi quattro titoli, più uno, c’è la storia del cinema. Punto e basta. Quando capita un’occasione del genere perderla è da scellerati. Infine, parola a Hitchcock, minimo sforzo e massimo dei risultati: “Psycho è stato concepito soprattutto per depistare lo spettatore. Lo spettatore doveva pensare che il film parlasse di una ragazza che rubava 40.000 dollari. Questo era intenzionale. All’improvviso, inaspettatamente, la donna veniva pugnalata a morte. Molte persone si sono lamentate per l’eccessiva violenza. Ma questo era intenzionale perché, con il procedere del film, la violenza veniva ridotta e trasferita nella mente degli spettatori. […] In questo modo il pubblico, quando verso la fine vede la ragazza che si aggira per la casa, ha voglia di gridare: “Attenta!”. Il pubblico prova ancora la stessa paura che lei venga catturata o assalita. Così, inserendo un picco di violenza all’inizio e poi diminuendola, il pubblico fa lavorare la propria mente”.