Seggi aperti per la prima volta da 42 anni in Libia, tra speranza e paura della violenza scatenata dai gruppi armati. Sono quasi 2,7 milioni gli elettori registrati, circa l’80 per cento degli aventi diritto, che voteranno per la scelta dei 200 deputati incaricati di nominare il nuovo primo ministro e il nuovo esecutivo. Non nominerà invece i 60 componenti della commissione incaricata di redigere la nuova Costituzione che, con una decisione dell’ultimo momento, saranno scelti con altre elezioni.

Video – 500 le donne candidate

Il nuovo governo sostituirà così il Consiglio nazionale di transizione, il governo ad interim (non eletto) che ha retto il Paese – in molte aree soltanto nominalmente – dalla caduta del colonnello Muammar Gheddafi senza però riuscire ad imporre alle milizie la consegna delle armi o del controllo dei territori che presidiano

Come spiega un’analisi del centro studi europeo International Crisis Group, lo svolgimento delle prime elezioni nazionali del post Gheddafi rischia tuttavia di essere messo a rischio dai gruppi armati spinti dalla convinzione di essere marginalizzati politicamente ed economicamente. Una situazione vera soprattutto a est, culla a febbraio del 2011 della rivolta, sostenuta dall’intervento Nato, che portò alla destituzione e all’uccisione del rais.

Il primo luglio, quando mancava una settimana al voto, bande di miliziani hanno saccheggiato gli uffici elettorali in diverse città orientali, tra cui la stessa Bengasi, capitale dell’opposizione al passato regime e dove oggi è stato attaccato almeno un seggio. Sempre sui cieli di Bengasi, ieri, è stato abbattuto un elicottero che trasportava materiale elettorale. Mentre nei giorni precedenti i gruppi federalisti avevano imposto con le armi la chiusura di cinque impianti petroliferi spingendo il governo a negoziare per non bloccare il settore che garantisce la maggior parte delle entrate del Paese.

I ribelli dell’est chiedono maggiore considerazione dal governo e maggiore rappresentanza per le regioni che da sole possiedono i quattro quinti delle risorse naturali del Paese, lamentando che poco è cambiato rispetto alle condizioni in cui in Cirenaica crebbe il malcontento e la rabbia verso il regime del colonnello. Contestano inoltre la ripartizione dei seggi in Parlamento, che il governo di transizione ha assegnato seguendo criteri di carattere demografico e che tradotti nella realtà hanno dato 100 seggi all’ovest, 60 all’est e 40 al sud. Allo stesso tempo, le milizie orientali contestano all’esecutivo, gli accordi milionari con le brigate di Zitan e Misurata, i due principali bastioni dei gruppi armati nella parte occidentale del Paese e accusano il Consiglio nazionale di transizione di poca trasparenza.

Chi si è schierato per il boicottaggio del voto è una minoranza, sottolinea l’Ics, ma le loro richieste sono sentite in tutto l’est. Il governo centrale, continua l’analisi, commetterebbe tuttavia un errore se decidesse di andare allo scontro. Serve al contrario uno sforzo verso il negoziato che riesca a coinvolgere anche la missione di supporto Onu in Libia e altri organismi internazionali.

Ai seggi intanto ci sono le file. Dopo 42 senza partiti né elezioni i libici si troveranno a scegliere tra 1.200 esponenti di 120 partiti e 2.500 candidati indipendenti. Molte le donne, i cui cartelloni elettorali sono però stati spesso sfregiati. Come già in Egitto e Tunisia i partiti religiosi guadagnano consensi.

Il Partito per la giustizia e la costruzione, espressione libica della Fratellanza musulmana, potrebbe diventare una delle forze principali del Paese. “Crediamo che in Parlamento debba esserci un solido blocco che trova sostegno in tutte le regioni del Paese”, ha detto Mohammed Sawan, leader del movimento islamico, all’agenzia France Presse, spiegando che il controllo del Parlamento passerà anche attraverso accordi con altri partiti a carattere religioso. Tra questi il Fronte nazionale e il movimento al Watan che conta sulla popolarità di esponenti del calibro di Abdelhakim Belhaj, già uno dei comandanti della presa di Tripoli, ma con un passato jihadista e da prigioniero della Cia , vittima di un’operazione di rendition. Sul versante liberale, o dei tecnocrati come sono definiti dagli islamisti, spicca invece l’Alliance of National forces guidata da Mahmoud Jibril, fino allo scorso ottobre a capo del Consiglio di transizione.

di Andrea Pira