Brics è un acronimo di grande attualità. Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica: sono i Paesi emergenti che rappresentano la locomotiva dell’economia globale, e si apprestano in un futuro non troppo lontano a sorpassare le potenze del mondo occidentale. Parliamo di economia, certo. Ma non solo: anche di calcio. Perché nel calciomercato la differenza l’hanno sempre fatta i soldi. E oggi non siamo più noi ad averli. I casi del Chelsea di Abramovich, e più recentemente del Manchester City dello sceicco Mansur e del Paris Saint-Germain dell’emiro al Thani sono noti a tutti. Ma la vera rivoluzione riguarda interi campionati, un tempo sconosciuti ai più, che stanno diventando i nuovi centri di gravità dell’universo pallone.

L’ascesa dei cosiddetti Brics sembra inarrestabile. Economie forti e dinamiche, pronte ad investire nello sport: lo dimostra, ad esempio, il tasso di crescita del 5 per cento annuo del mercato dello sport-business in Brasile; o il fatto che si aggiudichino sempre più spesso l’organizzazione delle principali manifestazioni internazionali (dopo Pechino 2008 e Sudafrica 2010, in Brasile si terranno sia i Mondiali del 2014 che le Olimpiadi del 2016, e poi sarà la volta dei Mondiali di Russia 2018). Da quelle parti i grandi imprenditori hanno scoperto quanto il calcio possa essere vetrina planetaria di prestigio. E mentre noi paghiamo lo scotto della recessione, loro vivono quella situazione di boom calcistico-economico che l’Europa ed in particolare l’Italia hanno conosciuto verso la fine degli Anni Novanta. Così India e Cina rappresentano il nuovo che avanza, Russia e Brasile il vecchio che ritorna: in una maniera o nell’altra, sono loro le nuove frontiere del calcio mondiale.

La vicenda cinese è emblematica a riguardo. Il pioniere è stato Dario Conca, onesto trequartista argentino, nel 2011 emigrato ai piedi della Muraglia per la modica cifra di 8 milioni netti di stipendio annuo. Da allora lo Guangzhou Evergrande, squadra di Canton, non si è più fermato: come allenatore ha ingaggiato il nostro Marcello Lippi (convinto a suon di milioni, 25 in due anni, per la precisione), regalandogli giocatori di livello internazionale come il paraguaiano Barrios o il nigeriano Yakubu. Le rivali, d’altro canto, non stanno a guardare: Anelka ha già debuttato con la maglia dello Shangai che aspetta anche il sì di Drogba (fresco vincitore dell’ultima Champions League col Chelsea ma tentato dal Barcellona), mentre il Beijing ha ufficializzato l’acquisto di Kanoute. Inutile dirlo: anche per loro sono in ballo cifre folli.

Non è da meno l’India: qui, grazie a vagonate di milioni, nell’ultima sessione di calciomercato sono arrivati nomi illustri come Fabio Cannavaro, Hernan Crespo e Robert Pires. Non si sa se basterà per promuovere il calcio sulle rive del Gange, ma di certo è un inizio pirotecnico.

Questi campionati, insieme alla Major League americana (dove, dopo Beckham e Henry potrebbero sbarcare i nostri Del Piero e Nesta) e alla UAE Football League (massima serie degli Emirati Arabi, dove allenano Zenga e Maradona) rappresentano ormai destinazione sempre più gradita per i grandi campioni a fine carriera: attratti da lauti stipendi e ritmi di gioco più blandi, non esitano a volare oltreoceano o trasferirsi nel paradiso artificiale di Dubai. Cimiteri d’elefanti, forse; ma di gran lusso. E comunque giocatori del calibro di Drogba e Del Piero farebbero ancora comodo a tanti top club europei.

Per gli equilibri del mondo del pallone, però, è ancor più significativo quanto sta accadendo in altri due Paesi: la Russia e soprattutto il Brasile, che per decenni sono stati fucine di giovani talenti pronti ad emigrare verso il Vecchio Continente. Oggi le cose vanno in maniera molto diversa, l’epoca del “colonialismo” è finita: la crisi ha eroso il potere d’acquisto dei club europei, mentre loro non hanno più bisogno di far cassa cedendo i propri campioni. Così le squadre brasiliane e russe non solo non vendono, ma rilanciano. E’ il caso del Santos, in Brasile, che ha rispedito al mittente offerte milionarie per le sue stelle, Neymar e Ganso, e ora spera di riportare in patria Robinho, attualmente in forza al Milan, per un tridente da sogno. Mentre Seedorf ha già firmato per il Botafogo, e presto potrebbe essere seguito da Forlan e Malouda.

Stessa solfa in Russia, dove, dopo l’esodo degli anni passati, sono rientrati tutti i giocatori più rappresentativi, da Kerzhakov ad Arshavin. E altri stranieri ne arrivano: l’Anzhi l’anno scorso ha strappato all’Inter Samuel Eto’o, lasciando i nerazzurri orfani del loro miglior giocatore; e lo Zenit San Pietroburgo degli italiani Spalletti e Criscito continua a fare shopping in Europa.

E’ la rivoluzione copernicana del calciomercato: ci sono nuovi soli intorno cui girare, e dei vecchi nessuno si ricorda più. Come della nostra povera Serie A, cui resta solo il fascino della tradizione, e forse neanche quello: così il Milan resiste strenuamente alle offerte faraoniche per i suoi gioielli, l’Inter taglia e svende, la Juve insegue top players ma è costretta a ripiegare su giocatori di medio profilo. Da noi i grandi campioni non vengono più. Ma chissà, forse con le nostre squadre impossibilitate ad inseguire esotiche chimere sarà la volta buona per cominciare a valorizzare i giovani e puntare finalmente sul made in Italy.