Un Paese con fabbriche che non rispettano gli standard di sicurezza minimi in materia di ambiente e salute di lavoratori e cittadini. Questa è la fama della Cina. Ma i tre giorni di violente proteste nella città di Shifang (quasi al centro della povera regione sudoccidentale del Sichuan tristemente nota per il terremoto che l’ha devastata nel 2008) rappresentano qualcosa di diverso. Perché la mobilitazione ha avuto successo nel bloccare il progetto per uno stabilimento per la produzione di rame. Una vittoria di quella che sembra essere la più grande protesta degli ultimi anni di un movimento ambientalista che va sempre più infoltendo le sue fila.

Da quando l’estate scorsa, nella città nordorientale di Dalian, 12mila cittadini chiesero e ottennero di spostare un impianto petrolchimico, le proteste che chiedono la chiusura o la non apertura di fabbriche inquinanti si sono moltiplicate. Il mese scorso mille persone sono riuscite a fermare un inceneritore a Songjiang, vicino Shanghai; a dicembre circa 30mila persone hanno marciato per bloccare la costruzione di una fabbrica a carbone a Haimen, vicino ad Hong Kong; mentre lo scorso settembre un’azienda del ramo dell’energia solare è stata chiusa a Jiaxing – sempre vicino Shanghai- dopo che alcuni dimostranti avevano protestato contro l’utilizzo di alcuni elementi chimici durante il processo manifatturiero.

Il nuovo caso di Shifang si è aperto dopo una petizione che denunciava un tasso di incidenza di tumori più alto che nelle aree circostanti e che quindi si opponeva alla costruzione di una fonderia di rame, la cui messa in attività avrebbe ulteriormente accresciuto i danni ambientali e messo a rischio la salute degli abitanti. “Questa è casa nostra, proteggerla fa parte delle nostre responsabilità – recitavano i volantini per chiamare i cittadini alla mobilitazione -. Proteggere l’ambiente fa parte delle responsabilità collettive. Chi di noi ha abbastanza soldi per trasferirsi in un’altra regione? Bisogna unirsi e concentrare i nostri sforzi affinché la fabbrica di rame molibdeno sia costruita il più lontano possibile da Shifang”.

Nell’arco di tre giorni, decine di migliaia di persone sono scese in piazza e la polizia ha reagito con bastoni e lacrimogeni lasciandosi alle spalle un numero non verificabile di feriti, di arresti e, forse, un morto (negato dalle autorità). La protesta e le immagini della repressione sono presto circolate su internet. Così si è appreso che la mobilitazione era cominciata da una scuola superiore e da lì si era diffusa nelle altre scuole e poi tra i cittadini. Alla velocità del web: il 29 giugno il governo ha annunciato il progetto, il primo luglio gli studenti hanno scritto il volantino e il 2 luglio buona parte della cittadinanza era in piazza. Un muro si è riempito delle rivendicazioni dei cittadini. Degno di nota un manifesto in cinque punti, tutti indirizzati al segretario di Partito di Shifang, il compagno Li Chengjin: “1- Perché persistere in qualcosa a cui il popolo si oppone? 2- Perché quando la gente esprime il proprio punto di vista, bisogna ricorre ai bastoni e ai gas lacrimogeni della polizia per sopprimerla? 3- Perché l’opposizione popolare a una fabbrica di rame molibdeno seriamente inquinante dovrebbe essere un’azione antigovernativa? 4- Perché il tuo culo poggia sempre sulle poltrone aziendali e mai sugli sgabelli della gente ordinaria? 5- Se non sei un funzionario corrotto, i maiali possono arrampicarsi sugli alberi”.

Su Weibo, il twitter cinese, sono cominciate a circolare le foto delle manifestazione e della violenta repressione a opera della polizia. Intellettuali e personaggi più o meno noti hanno supportato la protesta, e nessuno ha più provato a difendere l’operato delle autorità dopo che è cominciata a circolare la foto di un poliziotto con il dito medio alzato. E alla fine la protesta ha vinto. Il governo locale di Shifang ha annunciato in un comunicato ufficiale che il progetto da 1,3 miliardi di euro è stato cancellato, “almeno fino a quando non troverà il consenso della popolazione”. Sul muro delle rivendicazioni qualcuno ha scritto: “Possiamo sacrificarci per la gente di Shifang, siamo la generazione degli anni Novanta”, quella nata dopo le manifestazione di piazza Tian’anmen. Una frase divenuta subito slogan per dimostrare che i giovani cinesi hanno ripreso ad occuparsi di ambiente, politica e attivismo.

di Cecilia Attanasio Ghezzi