10 a Cesare Prandelli. Un signore, sembra un alieno nel mondo del calcio. Mai una parola fuori misura, mai sceneggiate arroganti alla Lippi. Se siamo arrivati in finale è gran parte suo merito. Er mejo figo der bigonzo di fronte alle telecamere lo fa quel consumato uomo di spettacolo che è Gigi Buffon, ma l’artefice del miracolo di una squadra non straordinaria che è arrivata in finale è lui. Stasera ha sbagliato i cambi e alcune scelte ma non può essere crocifisso per questo. Chapeau.

9 alla Spagna. Un Tiki Taka estenuante, lungo, perfetto. Troppo perfetto. Snervante e noioso. È perfezione pura ma non chiamatelo spettacolo, perché uccide la partita e il calcio. Grande squadra, vittoria meritatissima, ma il calcio champagne è un’altra cosa. Invencible Armada.

8 alle lacrime. Quelle dei nostri giocatori, di gente che ha vinto tutto e che nonostante ciò piange dopo una sconfitta così umiliante. In questi giorni abbiamo dovuto fare i conti anche contro i soliti snob che considerano il calcio come un passatempo borghese, roba da ignoranti e gretti italioti. Ebbene, quelle lacrime sono il calcio. Che è un grande sport.

7 a Mario Balotelli. Da domani forse tornerà a essere il bizzoso “negretto” da fischiare negli stadi e da stressare mezzo stampa per ogni bravata che farà. Ma SuperMario ha dimostrato quello che doveva dimostrare. Non era Maradona prima, non è un brocco adesso. Ha una carriera da costruire e le potenzialità ci sono. Il ragazzo si farà, e le spalle ce le ha larghe.

6 ai Frati Camaldolesi. I pellegrinaggi notturni di Cesare Prandelli hanno funzionato fino alla finale. Evidentemente gli spagnoli hanno fatto il cammino di Santiago. La prossima volta, per favore, scegliamo una meta religiosa più cool. Dobbiamo sembrare sfigati anche in questo?

5 ad Antonio Cassano. Ha alternato buone prestazioni ad assenze inspiegabili. Avrebbe potuto fare molto di più e per questo non merita la sufficienza. E non abbiamo considerato le scempiaggini dette sui gay, perché altrimenti il voto sarebbe stato simile alle temperature degli inverni siberiani. Non ditegli che l’Europeo lo ha vinto il primo paese europeo ad aver legalizzato i matrimoni tra omosessuali, per favore.

4 a Mario Monti e Mariano Rajoy, che pensano di essersi lavati la coscienza con la flebile richiesta di visita in carcere a Yulia Tymoshenko da parte degli ambasciatori dei due paesi. In Ucraina non ci sarebbero dovuti andare, questo è tutto. Perché a fare i democratici a corrente alternata so’ bboni tutti, come dicono a Roma.

3 a Thiago Motta, ma 10 alla sua capacità di far credere a Cesare Prandelli di essere un fenomeno. L’ex giocatore dell’Inter non è mai stato in forma, ha sempre giocato male e nonostante questo Prandelli gli ha dato tanta, troppa fiducia. Stasera è entrato in corsa e si è fatto subito male. Quasi come se gli Dei del calcio abbiano voluto dire al ct della Nazionale che no, se stai perdendo 2 a 0 contro la Spagna in campo devi mettere Diamanti o Nocerino, non lui.

2 alla Federazione. Chissà perché le istituzioni sportive italiane sono sempre guidate da residuati bellici e gestite come una qualsiasi partecipata statale. È un miscuglio inverecondo di giochi di potere e politica, con gente che sgomita e rende conto al protettore di turno. L’unico giovane è Demetrio Albertini, ma sembra che si sia inserito perfettamente negli ingranaggi…

1 alla Rai. Un Europeo disastroso. Telecronisti imbarazzanti, Paola Ferrari più illuminata dei palchi dei concerti di Madonna, Ivan Zazzaroni che ormai ha più senso accanto a Guillermo Mariotto che in un talk show calcistico, Beppe Dossena primatista mondiale di scempiaggini dette in 90 minuti. E non è finita qui: tra meno di un mese iniziano le Olimpiadi. E la Rai promette lo stesso impegno. Si salvi chi può.

0 alle croci celtiche e alle bandiere del Duce al Circo Massimo. Zero ai Buu di alcuni ultras romanisti (avevano la bandiera dell’As Roma) quando è apparso sul maxischermo il volto di Mario Balotelli. Zero a chi, tra il primo e il secondo tempo, ha detto: “Ahò rega’, a fine da’ partita famo partì na sassaiola sui spagnoli, pure se vincemo”. Zero a Roma, una città la cui involuzione è ormai definitiva.